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02 marzo: Crimea, è guerra o no?

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Quella di oggi non è una riflessione, ma una domanda. Una richiesta di chiarimento. Da completo profano della materia delle relazioni internazionali, infatti, ho proprio bisogno di un chiarimento.

Quando capita, butto un occhio attento sull’evolversi della vicenda russo-ucraina, che vede come suo nuovo teatro principale quello della penisola della Crimea. Ciò che non capisco è come si possa definire ciò che sta accadendo.

Leggo da più parti che ieri la Camera Alta del parlamento russo ha autorizzato Putin all’uso dell’esercito nel territorio ucraino della Crimea e che già sono presenti su quel territorio migliaia di soldati russi. Putin ha del resto rivendicato il diritto di difendere i propri interessi ed i cittadini russofoni in Crimea. Pare che la BBC abbia ripreso dei soldati russi scavare sull’istmo che collega la Crimea all’Ucraina, come si può vedere nella foto qui sopra (non starebbero esattamente piantando patate, ecco).

Ne deduco, da lettore, che si sia sull’orlo di una guerra. Calda, anziché fredda.

Poi però leggo anche che John Kerry, non più tardi di qualche ora fa, risponde con la minaccia di non partecipare al prossimo G8 di Sochi, bloccare visti e così via e leggo inoltre questo, il comunicato ufficiale della Farnesina, che ho qualche difficoltà ad interpretare correttamente.

Insomma, quello che sta accadendo in Crimea (e non so come si sia evoluta la situazione mentre sto scrivendo queste poche righe) la possiamo, la dobbiamo chiamare guerra? E gli attori internazionali devono o no comportarsi come ci si comporta davanti ad una guerra?

Francesco Pignotti    @FrancescoPigno

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22 febbraio: parliamo d’altro

Del governo Renzi non si può in alcun modo parlare bene. 

Nomine assurde e sacrifici indegni (leggi Franceschini e Bray) in omaggio soltanto a quelle correnti che Renzi avrebbe dovuto spazzare via; seconde e terze scelte, di dubbia competenza e sicura inesperienza, passate come innovazione e quote rosa; il peggior ministro degli interni della storia repubblicana (nonostante una concorrenza spietata al ribasso) confermato con lode per rozzi calcoli politici; l’eliminazione, anche questa basata su sciatti proclami di semplificazione, di ministeri importanti come gli affari europei e le pari opportunità.

Renzi aveva la possibilità di creare un governo indipendente e di cambiamento, un monocolore con appoggio esterno d’antica memoria, e si è invece prostrato alle più becere e vigliacche logiche matematiche. Smentendo tutto ciò su cui ha basato il suo consenso.

Andreotti diceva, se non si può parlar bene di qualcuno meglio non parlarne. Nel mondo succedono tante cose, per esempio in Thailandia, in Venezuela, in Ucraina, in Etiopia. Cose più interessanti. Parliamo d’altro.

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21 febbraio: Kiev ci dice che la politica di sicurezza in Europa va cambiata

Nel maggio 1991, atterrando con l’aereo in Jugoslavia per negoziare la pace tra Belgrado e Lubiana (gli accordi di Brioni), il ministro degli esteri lussemburghese -nelle veci di Presidente del Consiglio della CEE- dichiarò che “è sorta l’ora dell’Europa“. Sarà stata l’euforia delle negoziazioni del Trattato di Maastricht, o forse la consapevolezza che la prima guerra continentale dopo il 1945 offriva alla Comunità di esercitare un ruolo di peso a livello internazionale e consono al suo fine di pacificazione, fatto sta che tale carica di ottimismo fu presto sconfessata dallo sviluppo drammatico che hanno avuto le guerre jugoslave. A Bruxelles ci sono voluti anni per riprendersi dallo shock, ed ancora oggi s’invoca ad evitare una “nuova Jugoslavia” di fronte alle assai frequenti paralisi decisionali a livello di PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) nell’UE. Perché il rischio, a livello di percezione e disaffezione dei cittadini, è che poi sia colpa delle istituzioni europee se scoppiano le guerre, anche se sono fuori dai confini e dagli spazi di azione legale dell’Unione

Non a caso, tra le critiche più forti, ma sbagliate, al premio Nobel del 2012 c’era proprio quella di non “aver fatto niente” (che poi non è vero) per la pacificazione dei Balcani. Quel periodo mostrò al mondo l’incapacità dell’UE di prendere una decisione comune e forte nei momenti di massima crisi, ma sul medio periodo la sua azione dovrebbe essere rivalutata in maniera positiva

Sono passati vent’anni, ed invece di fronte alla crisi ucraina alcuni degli stessi problemi si sono ripresentati. Ieri, mentre l’Alto Rappresentante per la PESC, Lady Ashton, presiedeva a Bruxelles il Consiglio dei ministri degli esteri per far approvare delle sanzioni contro “i responsabili delle violenze” (i cui effetti son assai dubbi), i capi delle cancellerie di Francia, Germania e Polonia – che si conferma lo stato maggiore dell’area orientale dell’Unione (al contrario di quello che non è riuscita a fare a sud l’Italia con la Libia)-, negoziavano a Kiev la tregua tra il Presidente Yanukovich ed i delegati dell’opposizione di Euromaidan, mentre la Russia di Putin rimaneva a guardare

Certamente, tali negoziazioni hanno visto la “vittoria”, almeno momentanea e su carta, dei manifestanti. Però resta l’amaro in bocca: protagonisti sono stati, anche questa volta, le “grandi potenze”, in pieno stile concertistico europeo da XIX secolo. Perché non c’era Lady Ashton a negoziare? Perché i capi di stato e di governo dei 28 non hanno espresso ad alta voce il loro dissenso, il loro sostengo alla piazza che pure chiedeva -estremisti di destra o no- più democrazia, più pace, più diritti….più Europa?

Certamente, l’UE non avrebbe potuto intervenire militarmente, non solo per una definizione di quali mezzi e quali uomini, ma anche perché l’Ucraina non fa parte dell’Unione, la quale quindi non esercita alcun potere legale, alcuna giurisdizione, su quel territorio. Forse si sarebbe potuto organizzare una missione di peace-keeping delle Nazioni Unite, con gli assets della NATO (da cui l’UE dipende a tutti gli effetti sul piano militare), nel quadro delle operazioni Berlino Plus

Ma già nel momento in cui si tira in ballo l’ONU ed il Consiglio di Sicurezza, entra in gioco, per esempio, la questione del potere di veto dei membri permanenti, e, per quanto mi riguarda, allora dovremmo anche cominciare a pensare ad una ridefinizione dei rapporti di potere in tale sede. Parafrasando una diplomatica statunitense, direi “fuck the others”: non possiamo dipendere dal veto di USA, Cina o Russia per le nostre questioni di sicurezza.

Dovremmo cominciare a muoverci concretamente verso una politica estera e di sicurezza autonoma, importante, al servizio della pace e dei nostri interessi.

Filippo Barbagli – @Filoppo

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