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02 marzo: Crimea, è guerra o no?

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Quella di oggi non è una riflessione, ma una domanda. Una richiesta di chiarimento. Da completo profano della materia delle relazioni internazionali, infatti, ho proprio bisogno di un chiarimento.

Quando capita, butto un occhio attento sull’evolversi della vicenda russo-ucraina, che vede come suo nuovo teatro principale quello della penisola della Crimea. Ciò che non capisco è come si possa definire ciò che sta accadendo.

Leggo da più parti che ieri la Camera Alta del parlamento russo ha autorizzato Putin all’uso dell’esercito nel territorio ucraino della Crimea e che già sono presenti su quel territorio migliaia di soldati russi. Putin ha del resto rivendicato il diritto di difendere i propri interessi ed i cittadini russofoni in Crimea. Pare che la BBC abbia ripreso dei soldati russi scavare sull’istmo che collega la Crimea all’Ucraina, come si può vedere nella foto qui sopra (non starebbero esattamente piantando patate, ecco).

Ne deduco, da lettore, che si sia sull’orlo di una guerra. Calda, anziché fredda.

Poi però leggo anche che John Kerry, non più tardi di qualche ora fa, risponde con la minaccia di non partecipare al prossimo G8 di Sochi, bloccare visti e così via e leggo inoltre questo, il comunicato ufficiale della Farnesina, che ho qualche difficoltà ad interpretare correttamente.

Insomma, quello che sta accadendo in Crimea (e non so come si sia evoluta la situazione mentre sto scrivendo queste poche righe) la possiamo, la dobbiamo chiamare guerra? E gli attori internazionali devono o no comportarsi come ci si comporta davanti ad una guerra?

Francesco Pignotti    @FrancescoPigno

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21 febbraio: Kiev ci dice che la politica di sicurezza in Europa va cambiata

Nel maggio 1991, atterrando con l’aereo in Jugoslavia per negoziare la pace tra Belgrado e Lubiana (gli accordi di Brioni), il ministro degli esteri lussemburghese -nelle veci di Presidente del Consiglio della CEE- dichiarò che “è sorta l’ora dell’Europa“. Sarà stata l’euforia delle negoziazioni del Trattato di Maastricht, o forse la consapevolezza che la prima guerra continentale dopo il 1945 offriva alla Comunità di esercitare un ruolo di peso a livello internazionale e consono al suo fine di pacificazione, fatto sta che tale carica di ottimismo fu presto sconfessata dallo sviluppo drammatico che hanno avuto le guerre jugoslave. A Bruxelles ci sono voluti anni per riprendersi dallo shock, ed ancora oggi s’invoca ad evitare una “nuova Jugoslavia” di fronte alle assai frequenti paralisi decisionali a livello di PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) nell’UE. Perché il rischio, a livello di percezione e disaffezione dei cittadini, è che poi sia colpa delle istituzioni europee se scoppiano le guerre, anche se sono fuori dai confini e dagli spazi di azione legale dell’Unione

Non a caso, tra le critiche più forti, ma sbagliate, al premio Nobel del 2012 c’era proprio quella di non “aver fatto niente” (che poi non è vero) per la pacificazione dei Balcani. Quel periodo mostrò al mondo l’incapacità dell’UE di prendere una decisione comune e forte nei momenti di massima crisi, ma sul medio periodo la sua azione dovrebbe essere rivalutata in maniera positiva

Sono passati vent’anni, ed invece di fronte alla crisi ucraina alcuni degli stessi problemi si sono ripresentati. Ieri, mentre l’Alto Rappresentante per la PESC, Lady Ashton, presiedeva a Bruxelles il Consiglio dei ministri degli esteri per far approvare delle sanzioni contro “i responsabili delle violenze” (i cui effetti son assai dubbi), i capi delle cancellerie di Francia, Germania e Polonia – che si conferma lo stato maggiore dell’area orientale dell’Unione (al contrario di quello che non è riuscita a fare a sud l’Italia con la Libia)-, negoziavano a Kiev la tregua tra il Presidente Yanukovich ed i delegati dell’opposizione di Euromaidan, mentre la Russia di Putin rimaneva a guardare

Certamente, tali negoziazioni hanno visto la “vittoria”, almeno momentanea e su carta, dei manifestanti. Però resta l’amaro in bocca: protagonisti sono stati, anche questa volta, le “grandi potenze”, in pieno stile concertistico europeo da XIX secolo. Perché non c’era Lady Ashton a negoziare? Perché i capi di stato e di governo dei 28 non hanno espresso ad alta voce il loro dissenso, il loro sostengo alla piazza che pure chiedeva -estremisti di destra o no- più democrazia, più pace, più diritti….più Europa?

Certamente, l’UE non avrebbe potuto intervenire militarmente, non solo per una definizione di quali mezzi e quali uomini, ma anche perché l’Ucraina non fa parte dell’Unione, la quale quindi non esercita alcun potere legale, alcuna giurisdizione, su quel territorio. Forse si sarebbe potuto organizzare una missione di peace-keeping delle Nazioni Unite, con gli assets della NATO (da cui l’UE dipende a tutti gli effetti sul piano militare), nel quadro delle operazioni Berlino Plus

Ma già nel momento in cui si tira in ballo l’ONU ed il Consiglio di Sicurezza, entra in gioco, per esempio, la questione del potere di veto dei membri permanenti, e, per quanto mi riguarda, allora dovremmo anche cominciare a pensare ad una ridefinizione dei rapporti di potere in tale sede. Parafrasando una diplomatica statunitense, direi “fuck the others”: non possiamo dipendere dal veto di USA, Cina o Russia per le nostre questioni di sicurezza.

Dovremmo cominciare a muoverci concretamente verso una politica estera e di sicurezza autonoma, importante, al servizio della pace e dei nostri interessi.

Filippo Barbagli – @Filoppo

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12 gennaio: Putin pacifista, con il culo degli altri

Nel cominciare questo post usando un francesismo accostato al presidente russo, continuo a cavalcare l’onda di attenzione mediatica verso Sochi, la Russia e le Olimpiadi invernali. Per ricordare un dramma dimenticato, alle porte di casa nostra.

Vladimir Putin, Mr. Botulino 2014, nelle settimane che precedevano i Giochi invernali, per dissolvere le valanghe di critiche per le sue politiche antidemocratiche e discriminatorie verso la comunità LGBT, ha invocato il pacifismo olimpico, la collaborazione tra stati, quasi un’ekecheirìa, in nome di ideali di cooperazione tra le nazioni, contro gli obiettivi “più alti” di lotta al terrorismo e la pace.

Forse ci siamo dimenticati che l’8 agosto 2008, mentre l’attenzione dei media mondiali era rivolta a Pechino, dove -sempre tra le polemiche- andava in scena la cerimonia di apertura della ventinovesima Olimpiade dell’era moderna, Putin ordinava ai suoi carrarmati di entrare in Ossezia del Sud: regione georgiana che dal giorno prima era stata messa sotto assedio dall’esercito centrale di Tbilisi. Cominciava così la “guerra degli otto giorni”, e la tregua olimpica (inserita anche nella Carta ONU degli obiettivi del Millennio), usata come carta igenica.

La guerra si è risolta con l’occupazione russa dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, dichiaratesi indipendenti e riconosciute solo dal governo del Cremlino. I colloqui di pace a Ginevra si sono protratti fino all’anno scorso, con un buco nell’acqua. Oltre alle centinaia di civili uccisi, si parla di un numero di rifugiati tra 158’000 e 230’00 persone.

Sochi dista poche decine di chilometri dall’Abkhazia. Uno dei tedofori scelto dal NOC russo è un “eroe” della guerra del 2008, mentre per motivi di “sicurezza” la Russia ha deciso di spostare arbitrariamente il confine con lo stato fantoccio dell’Abkhazia, penetrando di ben 11 chilometri: de facto, spostando il confine georgiano, e separando famiglie di 15 villaggi e terre di pascolo. Inoltre, il confine interno Georgia-Ossezia del Sud è stato recintato con il filo spinato dalle truppe russe.

Altro schiaffo allo spirito olimpico, è stato quando la sacra fiamma di Olimpia, nel percorso verso Sochi, è approdata a Grozny, capitale della Cecenia. Direte voi, giustamente, “che male c’è?”. Un pò di pace in una regione tormentata…Peccato che qui il tedeforo fosse il padre-padrone della piccola repubblica: Ramzan Kadyrov, nominato nel 2007 da Putin. Quest’essere ripugnante, signore della guerra, le cui truppe sono state accusate di stupro e crimini contro l’umanita, non solo governa la Cecenia con terrore come un tiranno (torturando ed emanando leggi legalizzanti il diritto d’onore e sciocchezze del genere), ma è stato anche accusato di essere il mandante di vari assassini, in primis quello di Anna Politkovskaja, reporter dei fatti ceceni.

Concludo invitandovi a consultare le pagine Wikipedia sul dittatore-fantoccio ceceno: quella in inglese è molto dettagliata, parla anche delle sue accuse. Quella in italiano, striminzita, accenna alla sua “carriera” politica e poi ne tesse le lodi come presidente della locale squadra di calcio. Asinus asinum fricat

Filippo Barbagli – @Filoppo

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09 febbraio: no Presidente Letta, si sbaglia, su sport e politica

Vorrei rispondere al Presidente del Consiglio Letta, che ha pubblicato sul Corriere della Sera una lettera in cui spiegava la sua decisione di partecipare alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici invernali di Sochi, invece di non presenziare per protestare contro il non rispetto dei diritti umani nella Russia di Putin.

Per me lo sport non è politica”, ha scritto il premier. E’ una valida affermazione, di solito. O che vale per la Serie A. Ma non nel caso delle Olimpiadi. Perché queste sono il punto massimo d’incontro, di fusione, di strumentalizzazione reciproca tra lo sport e la politica. I Giochi sono la più importante manifestazione sportiva al mondo, coinvolgono nazioni di tutti i continenti, suscitando enormi ondate di emozioni, passioni, rivalità ed agonismo sportivo.

Se Pierre, barone di Coubertin, oggi è ricordato come il fondatore delle Olimpiadi moderne, dell’olimpismo e della sua filosofia pacifista e cosmopolita, bisognerebbe essere più precisi storicamente e ricordare che egli era in primis un cultore della pedagogia. Che si pose il problema di migliorare, negli anni dopo la débâcle di Sedan, il sistema educativo francese usando lo sport. Memore della frase del duca di Wellington, secondo cui “the battle of Waterloo was won on the playing fields of Eton”. Alla fine del XIX secolo lo sport divenne uno strumento di socializzazione di massa fondamentale per la formazione ed il rafforzamento delle identità collettive degli stati nazione. Così, sin dalla prima Olimpiade del 1896 ad Atene, nel giro di pochi decenni lo sport ivi rappresentato ha sposato le più diverse cause politiche, dai nazionalismi, ai separatismi, fino all’asservimento ai totalitarismi od il riflesso della Guerra Fredda.

Le parata delle nazioni all’inizio dei Giochi sono la celebrazione di se stesso che l’ordine mondiale vigente mette in scena. Non a caso ancora oggi si continua a dibattere sulla bandiera di Taiwan, sulle due Coree che marciano o no insieme, sulla FYROM e via dicendo, così come in passato la distensione USA-URSS passava anche dalle due Germanie che sfilavano sotto la stessa bandiera. Il medagliere olimpico, per volere di Coubertin non è neanche ufficiale, proprio perché radicalizza le rivalità nazionali. Eppure alla fine dei Giochi, è celebrato dai mass media: chi ha più medaglie vince, e non a caso i primi posti, nel corso della Storia, sono stati il riflesso delle rivalità internazionali più importanti: Francia-Germania, UK-USA, Stati Uniti-URSS, infine, da Atene 2004 in poi, USA-Cina. Il “dilettantismo di Stato” è stato concepito proprio per questo, mentre spesso i governi non hanno esitato a “creare” battaglioni di atleti solo per prendere più medaglie possibili.

Già, gli atleti, quelli definiti dal Presidente del CIO, Bach, durante la cerimonia, come “i migliori ambasciatori” del proprio paese.

 Infine, basterebbe citare le sessioni del CIO in cui nel corso degli anni sono stati attribuiti i Giochi alle varie città. Ogni volta vanno in scena veri e propri concerti diplomatici ed equilibri geopolitici, perché ogni paese vuole usare le Olimpiadi per celebrare la propria prosperità, il ritorno o l’ingresso tra i “Grandi”. Barcellona 1992, Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012, Rio 2016 giusto per citare i più recenti. Ieri i giornali intitolavano “Putin mette in mostra il suo impero a Sochi”.

Perché le Olimpiadi sono la massima celebrazione del legame tra sport e politica, nella sua forma delle relazioni internazionali. E secondo me, ciò è un valore aggiunto, uno dei motivi che li rende così speciali.

Filippo Barbagli – @Filoppo

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