Archivi tag: renzi

24 febbraio: il Governo faccia come John Cage, 4 minuti e 33 secondi di silenzio

Funziona sempre così. L’arco di formazione di un nuovo governo (quello che va dall’accettazione dell’incarico con riserva al giuramento) è caratterizzato, per il cittadino italiano medio, da una metà del tempo spesa a dare il proprio contributo all’impazzante totoministri e dall’altra metà a dispensare giudizi sulla competenza dei responsabili scelti per ciascun dicastero. D’altronde questo è il bello dei fenomeni di massa nel nostro paese, dal calcio (nel 1998 eravamo tutti Zoff nel sapere come gestire al meglio l’utilizzo di Baggio), alla politica (ciascuno di noi avrebbe designato la squadra di ministri più bella e competente della terra), alla ultimamente gettonatissima legge elettorale (se credete che scherzi nel riportarvi una dichiarazione domenicale di mia nonna a favore del maggioritario, vi sbagliate, giuro). Ed è un bene che sia così.

Come ho fatto una decina di mesi fa per l’allora neo-governo Letta, non una mezza parola ho speso però per l’attribuzione dei vari ministeri, né nella fase del cosiddetto totoministri, né in quella immediatamente successiva alle varie nomine. Non perché io non mi stia facendo un’idea – anche ad un puro livello impressionistico – delle persone scelte (poteva essere migliore, questa la mia opinione). Bensì, piuttosto, perché sogno una politica che più che le appartenenze pregresse o il corso di vita di questo o quel ministro faccia parlare i fatti, si faccia giudicare per l’operato di ciascun ministro, si lasci valutare in modo trasparente e si presenti poi di fronte ad un giudizio retrospettivo. Certo, mi si potrà obiettare, la riconferma di Alfano sembrerebbe tradire questa logica, considerato l’operato non certo brillante del ministro dell’Interno. E’ vero, nutro anche io delle perplessità, ma quella scelta – se siamo realisti e non pecchiamo di ingenuità, considerando i rapporti di forza e numerici al Senato – spettava esclusivamente al Nuovo Centrodestra, e secondo loro era la scelta da fare.

Nel 1952 John Cage compose, dopo diverse opere musicali, la sua 4’33’’, un’opera consistente in 4 minuti e 33 secondi di silenzio. Secondo l’autore durante quel tempo era possibile percepire i suoni di respiro e battito cardiaco.

Ecco, dopo settimane in cui l’orchestra della politica ha suonato ininterrottamente, mettendosi in scena e appassionando molti attenti ed interessati ascoltatori, è tempo che il governo faccia i suoi 4’33’’ di silenzio, mettendosi in ascolto del respiro e del battito cardiaco del nostro paese, concentrandosi sul lavoro e tornando a suonare per comunicarci che ha ottenuto risultati. E senza steccare, possibilmente.

Francesco Pignotti         @FrancescoPigno

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , ,

La squadra del Matteo I

La squadra di Matteo I #ognimaledettogiorno

Dopo una settimana di toto ministri e scommesse dei bookmakers la squadra di governo nel paese di 60 milioni di allenatori, filosofi e fini opinionisti politici c’è. Ci sono tre fatti incontrovertibili: la rosa dei ministri di Renzi è la più giovane della storia della Repubblica italiana, è all’insegna delle pari opportunità (8 uomini e 8 donne) e composta in prevalenza da politici piuttosto che da tecnici. Colpo d’occhio mediatico, l’immagine e i simboli vogliono la propria parte.

Qual è invece il giudizio sulle poltrone nevralgiche dove si poteva davvero scegliere?  

I ministeri lasciati al Nuovo Centro Destra non fanno testo. Realisticamente parlando pacta sunt servanda, stessa maggioranza, stessi equilibri, stessi sacrifici: Alfano, Lupi, Lorenzin. Si potrebbe obiettare allora sul senso di sostituire il governo Letta con uno nuovo che ha il mandato (divino?) di salvare l’Italia con gli stessi partner e ricatti di prima, ma questa è un’altra storia.

Parliamo allora delle poltrone calde e decisive. La prima è quella del ministro dell’economia, un ruolo dove tutti hanno fallito, tecnici o politici che fossero, una responsabilità che pesa e che nessuno vuole prendersi. Ha accettato Padoan, “tecnico politico” dal pedigree internazionale che apre alla patrimoniale avendo forse compreso che un aumento delle tasse sul patrimonio ed una diminuzione di quelle sul lavoro e produzione possono permettere al paese di ripartire ed avere maggiore equità. Sembra una scelta all’altezza.

Ministero della giustizia. Qui sta l’inghippo e anche l’autogol. La giustizia è una tema spinoso. A destra hanno dimostrato di intendere la riforma della giustizia come strumento per tarpare le ali ai pubblici ministeri, garantire l’impunità agli amici e gli interessi alle clientele. Quindi un ministro magistrato, seppur in prima linea nella lotta alla ‘ndragheta, è giustizialista. Il nostro paese ha bisogno invece di tempi certi di giustizia, la revisione della prescrizione e del carcere preventivo, un giro di vite deciso sui reati di corruzione e contro la pubblica amministrazione e un inasprimento del 41 bis. Gratteri era l’ideale (intervista del 17 feb a Presa Diretta). Voci di corridoio testimoniavano che non fosse gradito a Napolitano, il quale ha avuto qualche “problemino” con la procura di Palermo e per cui vale la regola “non scritta” che un pm non possa fare il ministro.

Montesquieu separava i poteri, principio sacrosanto. Tuttavia un ministro nell’esercizio delle sue funzioni non è più un pm e l’Italia ha un’emergenza legalità che costituisce lo spread con il resto dell’Occidente. L’occasione era ghiotta, ma il ministro lo farà il rampante Andrea Orlando, non si ancora con quali idee e competenze. Si sa invece che sarà più “mansueto”.

Nota finale: Franceschini alla cultura. Si sa, con la cultura non si mangia, eppure è una cosa bellissima, unica grande risorsa di un paese depauperato. Qui è stato scelto il “jolly”, quello che alla fine devi mettere da qualche parte, peccato, avevamo un’altra scelta alternativa, che non era lo scrittore Baricco, ma il competente Bray.

Adesso però i giudizi devono finire, saranno fatti a tempo debito dopo che il governo avrà iniziato il suo mandato, altrimenti rischiano di diventare pregiudizi.

Tullio Filippone    @TG_Filippone

Contrassegnato da tag , , , , ,

22 febbraio: parliamo d’altro

Del governo Renzi non si può in alcun modo parlare bene. 

Nomine assurde e sacrifici indegni (leggi Franceschini e Bray) in omaggio soltanto a quelle correnti che Renzi avrebbe dovuto spazzare via; seconde e terze scelte, di dubbia competenza e sicura inesperienza, passate come innovazione e quote rosa; il peggior ministro degli interni della storia repubblicana (nonostante una concorrenza spietata al ribasso) confermato con lode per rozzi calcoli politici; l’eliminazione, anche questa basata su sciatti proclami di semplificazione, di ministeri importanti come gli affari europei e le pari opportunità.

Renzi aveva la possibilità di creare un governo indipendente e di cambiamento, un monocolore con appoggio esterno d’antica memoria, e si è invece prostrato alle più becere e vigliacche logiche matematiche. Smentendo tutto ciò su cui ha basato il suo consenso.

Andreotti diceva, se non si può parlar bene di qualcuno meglio non parlarne. Nel mondo succedono tante cose, per esempio in Thailandia, in Venezuela, in Ucraina, in Etiopia. Cose più interessanti. Parliamo d’altro.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

02 febbraio: ho un dubbio europeo, aiutatemi

Tra il 22 e il 25 maggio i cittadini dei 28 paesi dell’Unione Europea saranno chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento Europeo. La particolare importanze di queste elezioni, oltre alla presunta ondata di voti euroscettici, risiede nel fatto che il nuovo Parlamento EU esprimerà una preferenza per la nomina della presidenza della Commissione, di fatto decidendola.

Per questo motivo ho da qualche giorno un dubbio.

Risiedo ormai da più di un anno nel Regno Unito e ho da poco appreso, grazie al lavoro instancabile del Partito Democratico Londra, che posso scegliere in quale paese votare senza eccessivi problemi: sia per votare come residente nel Regno Unito che come italiano residente all’estero, tutto ciò che devo fare è compilare e inviare un modulo, possibilmente entro marzo.

Di qui il dubbio. Votando per il Labour Party voterei per un partito europeista, membro del Pse, fermamente convinto della necessità della permanenza del Regno Unito nell’Unione – anche e soprattutto per una visione futura, strategica, di riforma dell’Unione. Voterei per una leadership, quella di Ed Miliband, che pur riconoscendo la fondamentale svolta di Blair e del New Labour, cerca di superarla con un netto rifiuto dell’eredità liberista tatcheriana – in questo senso, il discorso dello scorso Maggio a un incontro organizzato da Google è un capolavoro che dovrebbe far molto riflettere i “modernisti” alla Renzi. Voterei, infine, per degli italiani: la lista dei candidati del Labour, nota sin dall’aprile scorso e ordinata secondo i risultati delle primarie di gennaio, comprende Ivana Bartoletti, ex cosigliera di Prodi per i diritti umani e le pari opportunità; ed Andrea Biondi, professore di diritto dell’Unione Europea al King’s College London ed ex segretario del circolo PD di Londra.

Oppure potrei votare per un partito italiano, il PD, dall’incerto posizionamento europeo (ancora non è membro del Pse, non è chiaro se lo sarà mai), dai candidati ignoti e da una leadership che pervicacemente tace sull’Europa.

Consigli?

Adriano Mancinelli – @Admancinelli

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

19 Gennaio: Renzi, Berlusconi e il prezzo del riformismo

Contrassegnato da tag , , , ,