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Caro Piddino, spera solo che Tsipras prenda tanti voti.

Ieri sera avevo un dubbio che proprio non mi faceva dormire, e che allora ho esternato sul gruppo facebook Briciole Politiche.

Insomma, ultimamente mi è capitato di leggere di sinistroidi, liberali, renziani et fauna simile che durante le ultime settimane, spinti dal sacro fuoco delle larghe intese, hanno sparato a zero su Tsipras, o meglio, sulla parte della sinistra che ha deciso di votare alle europee per la sua lista, senza sapere una cippa delle sue proposte. Ma la cosa ancora più agghiacciante è che ora che finalmente il PD è entrato nel PSE, si invoca in maniera molto inquietante all’unità della sinistra (come dei veri sovietici! non erano il modello da sradicare?), senza sapere un minimo chi cavoli sia Martin Schulz e cosa vuole per l’Europa del futuro. Invece no, ci si limita a votare il PSE solo perché lo dice il PD? O meglio, solo perche’ il PD è dentro il PSE? Se si continuerà a ragionionare in termini nazionali per votare alle europee, beh, allora non andiamo da nessua parte, l’Europa non la cambiamo, e quindi non miglioriamo anche l’Italia. Queste elezioni saranno quelle che potranno abbattere l’Europa dell’austerity, cambiare rotta all’Unione, se si dovesse davvero concretizzare l’escamotage della “scelta popolare” del candidato alla Commissione. Mentre al Parlamento Europeo le larghe intese fin’ora hanno fatto grandi danni. Un PSE vincente al PE potrà cambiare l’Europa solo con una maggioranza in cui entrerà anche il PEL. Quindi c’è solo da sperare che Tsipras prenda molti voti. Perché le larghe intese à l’italienne, un po’ democristiane ed un pò’ ipocrite, in Europa hanno lasciato campo libero al PPE. È guardate dove stiamo ora.

Scadere nelle larghe intese anche a Strasburgo comperterà votare le normative assieme al PPE, la cui punta di diamante/candidato è il lussemburghese Junker, già presidente dell’Eurogruppo e campione dell’austerity.

Ed intanto nel PD del “”nuovo”” corso si fanno patti della crostata con Berlusconi e si spara merda sull’altra sinistra. Bravi così, belli, e socialdemocratici, soprattutto.

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24 febbraio: il Governo faccia come John Cage, 4 minuti e 33 secondi di silenzio

Funziona sempre così. L’arco di formazione di un nuovo governo (quello che va dall’accettazione dell’incarico con riserva al giuramento) è caratterizzato, per il cittadino italiano medio, da una metà del tempo spesa a dare il proprio contributo all’impazzante totoministri e dall’altra metà a dispensare giudizi sulla competenza dei responsabili scelti per ciascun dicastero. D’altronde questo è il bello dei fenomeni di massa nel nostro paese, dal calcio (nel 1998 eravamo tutti Zoff nel sapere come gestire al meglio l’utilizzo di Baggio), alla politica (ciascuno di noi avrebbe designato la squadra di ministri più bella e competente della terra), alla ultimamente gettonatissima legge elettorale (se credete che scherzi nel riportarvi una dichiarazione domenicale di mia nonna a favore del maggioritario, vi sbagliate, giuro). Ed è un bene che sia così.

Come ho fatto una decina di mesi fa per l’allora neo-governo Letta, non una mezza parola ho speso però per l’attribuzione dei vari ministeri, né nella fase del cosiddetto totoministri, né in quella immediatamente successiva alle varie nomine. Non perché io non mi stia facendo un’idea – anche ad un puro livello impressionistico – delle persone scelte (poteva essere migliore, questa la mia opinione). Bensì, piuttosto, perché sogno una politica che più che le appartenenze pregresse o il corso di vita di questo o quel ministro faccia parlare i fatti, si faccia giudicare per l’operato di ciascun ministro, si lasci valutare in modo trasparente e si presenti poi di fronte ad un giudizio retrospettivo. Certo, mi si potrà obiettare, la riconferma di Alfano sembrerebbe tradire questa logica, considerato l’operato non certo brillante del ministro dell’Interno. E’ vero, nutro anche io delle perplessità, ma quella scelta – se siamo realisti e non pecchiamo di ingenuità, considerando i rapporti di forza e numerici al Senato – spettava esclusivamente al Nuovo Centrodestra, e secondo loro era la scelta da fare.

Nel 1952 John Cage compose, dopo diverse opere musicali, la sua 4’33’’, un’opera consistente in 4 minuti e 33 secondi di silenzio. Secondo l’autore durante quel tempo era possibile percepire i suoni di respiro e battito cardiaco.

Ecco, dopo settimane in cui l’orchestra della politica ha suonato ininterrottamente, mettendosi in scena e appassionando molti attenti ed interessati ascoltatori, è tempo che il governo faccia i suoi 4’33’’ di silenzio, mettendosi in ascolto del respiro e del battito cardiaco del nostro paese, concentrandosi sul lavoro e tornando a suonare per comunicarci che ha ottenuto risultati. E senza steccare, possibilmente.

Francesco Pignotti         @FrancescoPigno

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08 febbraio: bene l’Electrolux, ma adesso parliamo di agire democratico europeo!

La partita dell’Electrolux è stata vinta, grazie alla determinazione dei lavoratori, all’impegno dei sindacati e della politica, in primis quello della governatrice Debora Serracchiani.

Bene, anzi benissimo, ma a quando la prossima Electrolux? A quando il prossimo, triste caso? Non tarderà ad arrivare, potete starne ben certi. Qualche giorno fa qualche amico mi ha suggerito questo articolo; sono riuscito a leggerlo solo ieri, ma ne condivido l’impostazione. Si parla di agire democratico europeo in questo articolo, un qualcosa cioè che drammaticamente manca, è assente.

Dio solo sa quanto provvidenziale sia stato per il nostro continente il processo di apertura e liberalizzazione dei mercati; quanto provvidenziali siano stati la concorrenza, la libera circolazione delle merci e delle persone, la moneta unica (a quei presunti economisti che auspicano l’uscita dall’euro per riappropriarsi della sovranità monetaria e stampare moneta consiglio di dare una veloce occhiata alla situazione dell’Argentina, praticamente di nuovo in default). Ma ciò di cui adesso siamo in difetto, accanto a questo agire economico di livello europeo, è un agire democratico di livello europeo: il libero mercato e la concorrenza sono punti irrinunciabili, ma altrettanto lo è una politica democratica forte ed efficace, come il caso italiano dell’Electrolux ha dimostrato. Perché altrimenti la democrazia risulta svuotata.

Non sarà più possibile risolvere le “prossime Electrolux” esclusivamente su un piano politico democratico nazionale, è semplicemente impensabile ed impossibile; occorre un agire democratico forte a livello europeo. Se tuttavia è facile parlare genericamente di Stati Uniti d’Europa, più complesso appare intraprendere la strada di questo agire democratico europeo, dal momento che, come segnalato nell’articolo, manca banalmente, ad esempio, “un comune substrato linguistico, simbolico, una comunanza assoluta di interessi strategici”, un problema che io avverto enormemente. Chiedo allora ai partiti, alle forze politiche, a chi di loro è interessato e ci crede davvero (insomma … al PD …!), ma anche a tutti noi, di parlare di Europa, di affrontare il problema, di raccontarci come immaginiamo una politica democratica europea. Perché mi rifiuto di credere che il volto politico dell’integrazione economica europea sia il tecnicismo spoliticizzato.

Francesco Pignotti   @FrancescoPigno

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02 febbraio: ho un dubbio europeo, aiutatemi

Tra il 22 e il 25 maggio i cittadini dei 28 paesi dell’Unione Europea saranno chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento Europeo. La particolare importanze di queste elezioni, oltre alla presunta ondata di voti euroscettici, risiede nel fatto che il nuovo Parlamento EU esprimerà una preferenza per la nomina della presidenza della Commissione, di fatto decidendola.

Per questo motivo ho da qualche giorno un dubbio.

Risiedo ormai da più di un anno nel Regno Unito e ho da poco appreso, grazie al lavoro instancabile del Partito Democratico Londra, che posso scegliere in quale paese votare senza eccessivi problemi: sia per votare come residente nel Regno Unito che come italiano residente all’estero, tutto ciò che devo fare è compilare e inviare un modulo, possibilmente entro marzo.

Di qui il dubbio. Votando per il Labour Party voterei per un partito europeista, membro del Pse, fermamente convinto della necessità della permanenza del Regno Unito nell’Unione – anche e soprattutto per una visione futura, strategica, di riforma dell’Unione. Voterei per una leadership, quella di Ed Miliband, che pur riconoscendo la fondamentale svolta di Blair e del New Labour, cerca di superarla con un netto rifiuto dell’eredità liberista tatcheriana – in questo senso, il discorso dello scorso Maggio a un incontro organizzato da Google è un capolavoro che dovrebbe far molto riflettere i “modernisti” alla Renzi. Voterei, infine, per degli italiani: la lista dei candidati del Labour, nota sin dall’aprile scorso e ordinata secondo i risultati delle primarie di gennaio, comprende Ivana Bartoletti, ex cosigliera di Prodi per i diritti umani e le pari opportunità; ed Andrea Biondi, professore di diritto dell’Unione Europea al King’s College London ed ex segretario del circolo PD di Londra.

Oppure potrei votare per un partito italiano, il PD, dall’incerto posizionamento europeo (ancora non è membro del Pse, non è chiaro se lo sarà mai), dai candidati ignoti e da una leadership che pervicacemente tace sull’Europa.

Consigli?

Adriano Mancinelli – @Admancinelli

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19 Gennaio: Renzi, Berlusconi e il prezzo del riformismo

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