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28 febbraio: Italia Padronale

Italia Padronale - #ognimaledettogiorno

“Siamo in guerra”, sempre e comunque. Altri dissidenti pentastellati messi alla porta. “Via i parassiti”. Ogniqualvolta succede qualcosa all’interno del Movimento della rappresentanza diretta dei cittadini, vince la ragione collettiva (presunta), quella suprema e inappellabile. Così il reato di opinione diventa deviazionismo dall’ortodossia religiosa codificata dalla liturgia delle alte gerarchie. Il dissidente è una spia, viene messo alla gogna nella Pravda fatta blog e poi epurato.

La vicenda delle espulsioni dal Movimento 5 Stelle avrà delle ripercussioni nel destino della formazione politica pentastellata, ma apre riflessioni amare e condivisibili sulla natura del paese e dei suoi abitanti, gli italiani.

L’Italia è destinata ad essere fatalmente attratta dai partiti padronali, soprattutto nei momenti più intensi della sua storia. Dopo 20 anni di telecrazia berlusconiana in un’Italia a direzione padronale la “ribellione” ha prodotto “un partito ancora più padronale degli altri, dove il proprietario ha addirittura depositato il marchio alla camera di commercio e il partito gli serve anche […] per vendere pubblicità sul blog, sempre di sua proprietà.”  (Curzio Maltese su Repubblica 27 feb 2014)

Montanelli, uno che l’Italia l’ha vista crescere, diceva che il paese è “sempre disposto ad acclamare un tenore”. Non sarà forse arrivato il momento di cambiare idea?

Tullio Filippone  @TG_Filippone

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13 Febbraio: La rivoluzione copernicana di Spotify

Oltre 65 milioni di ore di musica ascoltate, più di 7.500 anni consecutivi di melodie, come se l’umanità avesse ascoltato dei brani ininterrottamente dai primi insediamenti Sumeri in Mesopotamia sino ai giorni nostri e oltre 15 milioni di playlist create. E Questi i numeri di Spotify Italia a distanza di un anno dal lancio del popolare servizio streaming nel nostro paese.

Nel mondo globale sempre più frenetico e veloce, la musica è un medium, un rifugio, una droga innocente per raggiungere l’estasi, un amico sempre presente e soprattutto una costante.

La rivoluzione copernicana della condivisione di Spotify è forse paragonabile all’invenzione della stampa di Gutemberg. Se l’accostamento può sembrare azzardato, è bene riflettere sul valore simbolico di scambiare, condividere o semplicemente esplorare milioni di brani in tutto il mondo senza barriere commerciali e geografiche.

Rivoluzione copernicana, ma anche commerciale, perché il mercato del disco, asfittico e messo in crisi dalla pirateria e dal downloading, sembra aver invertito un trend negativo che andava avanti da troppo anni, precisamente dal 2002. Spotify non ruba le note ai proprietari, ricompensa l’artista e lo gratifica con la gloria della diffusione, offrendo ai musicofili la bellezza di perdersi in un universo troppo grande per essere scoperto in pochi giorni. 

Rivoluzione democratica, perché la diffusione della melodia, la commistione di generi, la creazione di playlist e l’esplorazione delle potenzialità di (quasi) tutto quello che è stato composto da 7 note, si trova a portata di click e a erogazione continua.

Rivoluzione culturale, perché l’apertura alla musica (non me ne vogliano male i fruitori occasionali) riflette un po’ la nostra apertura alle sfaccettature dell’arte e del mondo e la nostra curiosità dantesca di abbattere i confini con l”ignoto.

Tullio Filippone     @TG_Filippone

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