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La squadra del Matteo I

La squadra di Matteo I #ognimaledettogiorno

Dopo una settimana di toto ministri e scommesse dei bookmakers la squadra di governo nel paese di 60 milioni di allenatori, filosofi e fini opinionisti politici c’è. Ci sono tre fatti incontrovertibili: la rosa dei ministri di Renzi è la più giovane della storia della Repubblica italiana, è all’insegna delle pari opportunità (8 uomini e 8 donne) e composta in prevalenza da politici piuttosto che da tecnici. Colpo d’occhio mediatico, l’immagine e i simboli vogliono la propria parte.

Qual è invece il giudizio sulle poltrone nevralgiche dove si poteva davvero scegliere?  

I ministeri lasciati al Nuovo Centro Destra non fanno testo. Realisticamente parlando pacta sunt servanda, stessa maggioranza, stessi equilibri, stessi sacrifici: Alfano, Lupi, Lorenzin. Si potrebbe obiettare allora sul senso di sostituire il governo Letta con uno nuovo che ha il mandato (divino?) di salvare l’Italia con gli stessi partner e ricatti di prima, ma questa è un’altra storia.

Parliamo allora delle poltrone calde e decisive. La prima è quella del ministro dell’economia, un ruolo dove tutti hanno fallito, tecnici o politici che fossero, una responsabilità che pesa e che nessuno vuole prendersi. Ha accettato Padoan, “tecnico politico” dal pedigree internazionale che apre alla patrimoniale avendo forse compreso che un aumento delle tasse sul patrimonio ed una diminuzione di quelle sul lavoro e produzione possono permettere al paese di ripartire ed avere maggiore equità. Sembra una scelta all’altezza.

Ministero della giustizia. Qui sta l’inghippo e anche l’autogol. La giustizia è una tema spinoso. A destra hanno dimostrato di intendere la riforma della giustizia come strumento per tarpare le ali ai pubblici ministeri, garantire l’impunità agli amici e gli interessi alle clientele. Quindi un ministro magistrato, seppur in prima linea nella lotta alla ‘ndragheta, è giustizialista. Il nostro paese ha bisogno invece di tempi certi di giustizia, la revisione della prescrizione e del carcere preventivo, un giro di vite deciso sui reati di corruzione e contro la pubblica amministrazione e un inasprimento del 41 bis. Gratteri era l’ideale (intervista del 17 feb a Presa Diretta). Voci di corridoio testimoniavano che non fosse gradito a Napolitano, il quale ha avuto qualche “problemino” con la procura di Palermo e per cui vale la regola “non scritta” che un pm non possa fare il ministro.

Montesquieu separava i poteri, principio sacrosanto. Tuttavia un ministro nell’esercizio delle sue funzioni non è più un pm e l’Italia ha un’emergenza legalità che costituisce lo spread con il resto dell’Occidente. L’occasione era ghiotta, ma il ministro lo farà il rampante Andrea Orlando, non si ancora con quali idee e competenze. Si sa invece che sarà più “mansueto”.

Nota finale: Franceschini alla cultura. Si sa, con la cultura non si mangia, eppure è una cosa bellissima, unica grande risorsa di un paese depauperato. Qui è stato scelto il “jolly”, quello che alla fine devi mettere da qualche parte, peccato, avevamo un’altra scelta alternativa, che non era lo scrittore Baricco, ma il competente Bray.

Adesso però i giudizi devono finire, saranno fatti a tempo debito dopo che il governo avrà iniziato il suo mandato, altrimenti rischiano di diventare pregiudizi.

Tullio Filippone    @TG_Filippone

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