21 febbraio: Kiev ci dice che la politica di sicurezza in Europa va cambiata

Nel maggio 1991, atterrando con l’aereo in Jugoslavia per negoziare la pace tra Belgrado e Lubiana (gli accordi di Brioni), il ministro degli esteri lussemburghese -nelle veci di Presidente del Consiglio della CEE- dichiarò che “è sorta l’ora dell’Europa“. Sarà stata l’euforia delle negoziazioni del Trattato di Maastricht, o forse la consapevolezza che la prima guerra continentale dopo il 1945 offriva alla Comunità di esercitare un ruolo di peso a livello internazionale e consono al suo fine di pacificazione, fatto sta che tale carica di ottimismo fu presto sconfessata dallo sviluppo drammatico che hanno avuto le guerre jugoslave. A Bruxelles ci sono voluti anni per riprendersi dallo shock, ed ancora oggi s’invoca ad evitare una “nuova Jugoslavia” di fronte alle assai frequenti paralisi decisionali a livello di PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) nell’UE. Perché il rischio, a livello di percezione e disaffezione dei cittadini, è che poi sia colpa delle istituzioni europee se scoppiano le guerre, anche se sono fuori dai confini e dagli spazi di azione legale dell’Unione

Non a caso, tra le critiche più forti, ma sbagliate, al premio Nobel del 2012 c’era proprio quella di non “aver fatto niente” (che poi non è vero) per la pacificazione dei Balcani. Quel periodo mostrò al mondo l’incapacità dell’UE di prendere una decisione comune e forte nei momenti di massima crisi, ma sul medio periodo la sua azione dovrebbe essere rivalutata in maniera positiva

Sono passati vent’anni, ed invece di fronte alla crisi ucraina alcuni degli stessi problemi si sono ripresentati. Ieri, mentre l’Alto Rappresentante per la PESC, Lady Ashton, presiedeva a Bruxelles il Consiglio dei ministri degli esteri per far approvare delle sanzioni contro “i responsabili delle violenze” (i cui effetti son assai dubbi), i capi delle cancellerie di Francia, Germania e Polonia – che si conferma lo stato maggiore dell’area orientale dell’Unione (al contrario di quello che non è riuscita a fare a sud l’Italia con la Libia)-, negoziavano a Kiev la tregua tra il Presidente Yanukovich ed i delegati dell’opposizione di Euromaidan, mentre la Russia di Putin rimaneva a guardare

Certamente, tali negoziazioni hanno visto la “vittoria”, almeno momentanea e su carta, dei manifestanti. Però resta l’amaro in bocca: protagonisti sono stati, anche questa volta, le “grandi potenze”, in pieno stile concertistico europeo da XIX secolo. Perché non c’era Lady Ashton a negoziare? Perché i capi di stato e di governo dei 28 non hanno espresso ad alta voce il loro dissenso, il loro sostengo alla piazza che pure chiedeva -estremisti di destra o no- più democrazia, più pace, più diritti….più Europa?

Certamente, l’UE non avrebbe potuto intervenire militarmente, non solo per una definizione di quali mezzi e quali uomini, ma anche perché l’Ucraina non fa parte dell’Unione, la quale quindi non esercita alcun potere legale, alcuna giurisdizione, su quel territorio. Forse si sarebbe potuto organizzare una missione di peace-keeping delle Nazioni Unite, con gli assets della NATO (da cui l’UE dipende a tutti gli effetti sul piano militare), nel quadro delle operazioni Berlino Plus

Ma già nel momento in cui si tira in ballo l’ONU ed il Consiglio di Sicurezza, entra in gioco, per esempio, la questione del potere di veto dei membri permanenti, e, per quanto mi riguarda, allora dovremmo anche cominciare a pensare ad una ridefinizione dei rapporti di potere in tale sede. Parafrasando una diplomatica statunitense, direi “fuck the others”: non possiamo dipendere dal veto di USA, Cina o Russia per le nostre questioni di sicurezza.

Dovremmo cominciare a muoverci concretamente verso una politica estera e di sicurezza autonoma, importante, al servizio della pace e dei nostri interessi.

Filippo Barbagli – @Filoppo

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20 febbraio: Facebook si compra WhatsApp, due riflessioni

E’ indubbiamente la notizia regina di ieri. Non sto parlando della consultazione streaming Renzi – Grillo, bensì dell’acquisizione da parte di Facebook del celeberrimo servizio di messaggistica WhatsApp, per la cifra record di 19 miliardi di dollari. 19 miliardi di dollari, circa 14 miliardi di euro.

Prendendo spunto da questo fatto, due riflessioni estremamente banali – in ossequio alla linea editoriale di questo blog – mi vengono alla mente.

Primo, leggendo di Facebook che acquista WhatsApp, e dopo aver pensato alla Silicon Valley, rivolgo lo sguardo alla realtà dell’innovazione, delle start up e del venture capital nel contesto italiano. In un mondo in cui una start up ne acquista un’altra per 19 miliardi di dollari dal momento che la seconda è un prodotto utilizzato da quattrocentocinquanta milioni di persone nel mondo, come siamo messi noi in Italia? Ecco, beh, siamo in realtà uno dei paesi con il più basso tasso di venture capital investito in questo tipo di imprese innovative. Credo per mancanze nella visione di chi investe e di chi fa politica. Se qualcosa è stato fatto col decreto Sviluppo 2.0 dell’allora ministro Passera, molto resta da fare, e soprattutto da un punto di vista – oserei dire – concettuale. Perché non mi va di avere una classe politica che nel 2013 propone l’applicazione della web tax o considera le start up come il passatempo di 4 nerds nell’umido di un garage. Perché in tal modo si dimostrano delle barriere di tipo mentale e culturale, nel primo caso nel voler imbrigliare in regole e schemi vecchi una realtà nuova, nel secondo nel non aver capito come e dove va il mondo.

Secondo, mi limito a proporre – ma non a sviluppare, impossibile qui – una banale ma non secondaria suggestione. Dopo Instagram, WhatsApp: siamo certi che George Orwell non pensasse proprio a Zuckerberg col suo Big Brother. Riflettiamo anche su questo.

Francesco Pignotti    @FrancescoPigno

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19 Febbraio: Grillo Ponzio Pilato

La Rai responsabile del declino del paese” e via una serie di berci, attacchi e accuse. Giuseppe Piero Grillo, in arte Beppe, ha battezzato a modo suo il Festival di San Remo davanti al teatro Ariston. Dopo un tam tam di 2 giorni sulla partecipazione del comico/capo, lo show in salsa populista è arrivato e ha giovato ad un Festival sonnolento se non per alcuni momenti apicali, come la protesta inscenata da due operai che rischiano di perdere il lavoro magistralmente gestita da Fazio.  

Che la Rai sia il migliore dei mondi possibili non lo direbbero neanche i giornalisti che nella storia si sono avvicendati in quota politica nella grande macchina lottizzata, secondo la celeberrima e prima definizione che coniò il maestro di giornalismo di Alberto Ronchey. Eppure dire che il servizio pubblico sia il male assoluto del paese e che i giornalisti italiani mistifichino la realtà ha qualcosa di grottesco e insolito per una democrazia. 

 

Quegli stessi giornalisti anche questa volta amplificavano il messaggio di Grillo che ne sentiva provocatoriamente “il cattivo alito”. Mamma Rai ha invece ospitato parecchi scketch del comico vulcanico.

Eppure, andando dritti al punto, alcune critiche alla Rai sono legittime: lottizzazione, censure, bilanci in rosso, sprechi, scarsi meccanismi di responsabilità tra i dirigenti e il fatturato. Ancora una volta si sbaglia nel metodo. Del discorso politico del leader/federatore del M5S resterà ancora una volta il turpiloquoio e il rutto retorico, mentre non si vedono le proposte.

Esatto, le proposte. Perché i problemi si risolvono con le proposte, quelle razionali e realizzabili. E perché, in fondo, dal febbraio 2013 Grillo, Casaleggio e il Movimento hanno fatto come Ponzio Pilato, hanno protestato in modo veemente, spesso giustificato, ma poi, quando si trattava di metterci la faccia, se ne sono lavati le mani per non sporcarle con la politica. Eppure la risposta può essere solo politica, il dibattito nell’agorà pubblica alla ricerca della soluzione.

Qualche volta il “popolo del web” ne ha bocciato la linea e domani per esempio il comico dovrà salire al Quirinale che voleva silurare con l’impeachment per le consultazioni. Altre volte quel popolo ha rovesciato contro il potere costituito gli orwelliani “minuti di odio” figli della rabbia (comprensibile) e degli istinti più bassi. Ma servono soluzioni, proposte, mani oneste che si “sporcano” nella politica. Il momento della protesta ha rotto gli indugi, ma è finito da febbraio 2013.   

Tullio Filippone @TG_Filippone

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16 gennaio: la guerra dimenticata

I colloqui di Ginevra sulla guerra in Siria si sono conclusi con un niente de facto. La guerra è cominciata il 15 marzo 2011. Tre anni ed undici mesi fa. Quasi quattro.

136’000 morti al 31 gennaio 2014.

Di questi, 11’420 bambini. Ripeto, 11’420 bambini.

A settembre 2013, il numero di rifugiati stimato dalle Nazioni Unite si attestava ai due milioni. 2.

L’incredibile ricchezza culturale del paese rovinata. Sei siti  UNESCO – patrimoni mondiali dell’umanità -, danneggiati in maniera irrecuperabile od in pericolo. Come il souq di Al-Madina ad Aleppo, il più grande mercato coperto al mondo, bruciato e distrutto dai combattimenti.

L’uso e gli effetti sul medio e lungo periodo, non ancora calcolabili e quantificabili, delle armi chimiche.

E noi ce ne siamo dimenticati. O facciamo finta. Abbiamo pregato per la pace quando i nostri governi stavano per decidere di intervenire, abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando questa possibilità si è polverizzata, e poi ce ne siamo sbattuti.

Eppure sulle coste del Mediterraneo, le stesse nostre coste, la gente continua a morire. Ogni giorno.

Filippo Barbagli – @Filoppo

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15 febbraio: sennò ha ragione Civati

Sembra sia impossibile non parlare della convulsa situazione politica italiana. Mi sembra opportuno, però, affrontarla da un angolo particolare (acuto?), senza preoccuparsi di premier uscenti, entranti, transienti.

Quel che mi ha preoccupato di più negli ultimi due giorni è il video dell’intervento di Matteo Orfini alla Direzione Nazionale del PD del 13 febbraio. Talmente sconcertante per la mancanza di logicità, ma anche pericolosità di alcuni punti, che vale la pena seguirlo passo passo.

La prima frase degna di nota è: “come costruiamo una narrazione comprensibile all’esterno di quello che sta accadendo;” a specificare il fatto, non solo che l’accaduto sia del tutto incomprensibile, ma che come al solito “il partito” ha ragione e quindi anche il fratricidio va giustificato in qualche modo. 

Seconda frase: spaccatura del partito di Berlusconi è “il vero capolavoro politico di Letta, insieme a tutte le cose buone fatte da lui e i suoi ministri.” Qui non specifica nulla, persino lui se ne vergogna un po’ – inutile far notare come l’eliminazione di Berlusconi, del tutto illusoria, è stata cancellata quando Renzi si è giustamente accordato con lui per la nuova legge elettorale, e che Alfano, Cancellieri e altri non verranno purtroppo ricordati per “tutte le cose buone.”

Continua, Orfini, dicendo che due punti devono cambiare con Renzi premier: le politiche di aggressione alla crisi, e la maggiore politicizzazione e quindi cambio di passo del nuovo governo. Altrimenti non si capisce che senso abbia un nuovo premier senza una nuova maggiornaza. 

“Sennò ha ragione Civati” dice Orfini, per dare un gusto paradossale al suo ragionamento. Peccato, caro Orfini, che ha proprio ragione Civati. Non si capisce.

Adriano Mancinelli – @Admancinelli

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14 febbraio: quand’è l’ultima volta che abbiamo rischiato?

Oggi è il mio turno su #ognimaledettogiorno. E non è per niente semplice scrivere qualcosa su ciò che è accaduto ieri in Italia. Il governo Letta non esiste più; adesso tocca al governo Renzi.

Da acerrimo nemico delle dinamiche consociative ed ultraparlamentari primo-repubblichine, avevo nei giorni scorsi sperato che la cosiddetta staffetta alla fine non si facesse. E non sarò certo io, oggi, a dichiararmi convinto ed entusiasta dell’attuale stato delle cose, solamente perchè il leader che ho sostenuto alle primarie di dicembre ha deciso così.

Non mi dichiarerò convinto ed entusiasta, perchè sono, al contrario, perplesso, pieno di dubbi e di paure. Tuttavia, riflettendo – in particolare su questo bel post di Francesco Costa – ha cominciato a girarmi in testa la domanda: “quand’è l’ultima volta che abbiamo rischiato?”. Qual’è l’ultima volta che la politica italiana ha rischiato?

La successione Renzi – Letta è un cambio al vertice dell’esecutivo senza passare dal voto, tipico della dinamica parlamentare a cui gli avvicendamenti del passato ci hanno abituato e che, lo ribadisco, a me non piace. Tuttavia non è nella normalità costituzionale del passaggio che dobbiamo ricercarne la giustificazione, bensì nella profonda diversità sostanziale rispetto a quelli passati.

Laddove gli ultimi erano stati comodi approdi in lidi sicuri per i neo-presidenti del consiglio, quello di ieri è un rischio enorme, un azzardo, un’all in coraggiosissimo. Renzi, così facendo, rischia di “bruciare” non tanto e non solo se stesso e la sua carriera politica, quanto la prospettiva di cambiamento che ha promesso al Paese. Pur di provarci, ha preferito rischiare di perdere tutto, consapevole che altrimenti ci avremmo perso comunque.

Se dunque il passaggio di ieri può fastidiosamente apparire (in primis a chi scrive) una riproposizione di logiche dal sapore antico nella forma, mi sembra che ne vada sottolineata la sostanza del tutto nuova: stavolta si è scelto il rischio, l’azzardo, il coraggio, al contrario di ciò che era sempre avvenuto.

Perchè, già, quand’è l’ultima volta che abbiamo rischiato?

Francesco Pignotti      @FrancescoPigno

13 Febbraio: La rivoluzione copernicana di Spotify

Oltre 65 milioni di ore di musica ascoltate, più di 7.500 anni consecutivi di melodie, come se l’umanità avesse ascoltato dei brani ininterrottamente dai primi insediamenti Sumeri in Mesopotamia sino ai giorni nostri e oltre 15 milioni di playlist create. E Questi i numeri di Spotify Italia a distanza di un anno dal lancio del popolare servizio streaming nel nostro paese.

Nel mondo globale sempre più frenetico e veloce, la musica è un medium, un rifugio, una droga innocente per raggiungere l’estasi, un amico sempre presente e soprattutto una costante.

La rivoluzione copernicana della condivisione di Spotify è forse paragonabile all’invenzione della stampa di Gutemberg. Se l’accostamento può sembrare azzardato, è bene riflettere sul valore simbolico di scambiare, condividere o semplicemente esplorare milioni di brani in tutto il mondo senza barriere commerciali e geografiche.

Rivoluzione copernicana, ma anche commerciale, perché il mercato del disco, asfittico e messo in crisi dalla pirateria e dal downloading, sembra aver invertito un trend negativo che andava avanti da troppo anni, precisamente dal 2002. Spotify non ruba le note ai proprietari, ricompensa l’artista e lo gratifica con la gloria della diffusione, offrendo ai musicofili la bellezza di perdersi in un universo troppo grande per essere scoperto in pochi giorni. 

Rivoluzione democratica, perché la diffusione della melodia, la commistione di generi, la creazione di playlist e l’esplorazione delle potenzialità di (quasi) tutto quello che è stato composto da 7 note, si trova a portata di click e a erogazione continua.

Rivoluzione culturale, perché l’apertura alla musica (non me ne vogliano male i fruitori occasionali) riflette un po’ la nostra apertura alle sfaccettature dell’arte e del mondo e la nostra curiosità dantesca di abbattere i confini con l”ignoto.

Tullio Filippone     @TG_Filippone

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12 gennaio: Putin pacifista, con il culo degli altri

Nel cominciare questo post usando un francesismo accostato al presidente russo, continuo a cavalcare l’onda di attenzione mediatica verso Sochi, la Russia e le Olimpiadi invernali. Per ricordare un dramma dimenticato, alle porte di casa nostra.

Vladimir Putin, Mr. Botulino 2014, nelle settimane che precedevano i Giochi invernali, per dissolvere le valanghe di critiche per le sue politiche antidemocratiche e discriminatorie verso la comunità LGBT, ha invocato il pacifismo olimpico, la collaborazione tra stati, quasi un’ekecheirìa, in nome di ideali di cooperazione tra le nazioni, contro gli obiettivi “più alti” di lotta al terrorismo e la pace.

Forse ci siamo dimenticati che l’8 agosto 2008, mentre l’attenzione dei media mondiali era rivolta a Pechino, dove -sempre tra le polemiche- andava in scena la cerimonia di apertura della ventinovesima Olimpiade dell’era moderna, Putin ordinava ai suoi carrarmati di entrare in Ossezia del Sud: regione georgiana che dal giorno prima era stata messa sotto assedio dall’esercito centrale di Tbilisi. Cominciava così la “guerra degli otto giorni”, e la tregua olimpica (inserita anche nella Carta ONU degli obiettivi del Millennio), usata come carta igenica.

La guerra si è risolta con l’occupazione russa dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, dichiaratesi indipendenti e riconosciute solo dal governo del Cremlino. I colloqui di pace a Ginevra si sono protratti fino all’anno scorso, con un buco nell’acqua. Oltre alle centinaia di civili uccisi, si parla di un numero di rifugiati tra 158’000 e 230’00 persone.

Sochi dista poche decine di chilometri dall’Abkhazia. Uno dei tedofori scelto dal NOC russo è un “eroe” della guerra del 2008, mentre per motivi di “sicurezza” la Russia ha deciso di spostare arbitrariamente il confine con lo stato fantoccio dell’Abkhazia, penetrando di ben 11 chilometri: de facto, spostando il confine georgiano, e separando famiglie di 15 villaggi e terre di pascolo. Inoltre, il confine interno Georgia-Ossezia del Sud è stato recintato con il filo spinato dalle truppe russe.

Altro schiaffo allo spirito olimpico, è stato quando la sacra fiamma di Olimpia, nel percorso verso Sochi, è approdata a Grozny, capitale della Cecenia. Direte voi, giustamente, “che male c’è?”. Un pò di pace in una regione tormentata…Peccato che qui il tedeforo fosse il padre-padrone della piccola repubblica: Ramzan Kadyrov, nominato nel 2007 da Putin. Quest’essere ripugnante, signore della guerra, le cui truppe sono state accusate di stupro e crimini contro l’umanita, non solo governa la Cecenia con terrore come un tiranno (torturando ed emanando leggi legalizzanti il diritto d’onore e sciocchezze del genere), ma è stato anche accusato di essere il mandante di vari assassini, in primis quello di Anna Politkovskaja, reporter dei fatti ceceni.

Concludo invitandovi a consultare le pagine Wikipedia sul dittatore-fantoccio ceceno: quella in inglese è molto dettagliata, parla anche delle sue accuse. Quella in italiano, striminzita, accenna alla sua “carriera” politica e poi ne tesse le lodi come presidente della locale squadra di calcio. Asinus asinum fricat

Filippo Barbagli – @Filoppo

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