13 Febbraio: La rivoluzione copernicana di Spotify

Oltre 65 milioni di ore di musica ascoltate, più di 7.500 anni consecutivi di melodie, come se l’umanità avesse ascoltato dei brani ininterrottamente dai primi insediamenti Sumeri in Mesopotamia sino ai giorni nostri e oltre 15 milioni di playlist create. E Questi i numeri di Spotify Italia a distanza di un anno dal lancio del popolare servizio streaming nel nostro paese.

Nel mondo globale sempre più frenetico e veloce, la musica è un medium, un rifugio, una droga innocente per raggiungere l’estasi, un amico sempre presente e soprattutto una costante.

La rivoluzione copernicana della condivisione di Spotify è forse paragonabile all’invenzione della stampa di Gutemberg. Se l’accostamento può sembrare azzardato, è bene riflettere sul valore simbolico di scambiare, condividere o semplicemente esplorare milioni di brani in tutto il mondo senza barriere commerciali e geografiche.

Rivoluzione copernicana, ma anche commerciale, perché il mercato del disco, asfittico e messo in crisi dalla pirateria e dal downloading, sembra aver invertito un trend negativo che andava avanti da troppo anni, precisamente dal 2002. Spotify non ruba le note ai proprietari, ricompensa l’artista e lo gratifica con la gloria della diffusione, offrendo ai musicofili la bellezza di perdersi in un universo troppo grande per essere scoperto in pochi giorni. 

Rivoluzione democratica, perché la diffusione della melodia, la commistione di generi, la creazione di playlist e l’esplorazione delle potenzialità di (quasi) tutto quello che è stato composto da 7 note, si trova a portata di click e a erogazione continua.

Rivoluzione culturale, perché l’apertura alla musica (non me ne vogliano male i fruitori occasionali) riflette un po’ la nostra apertura alle sfaccettature dell’arte e del mondo e la nostra curiosità dantesca di abbattere i confini con l”ignoto.

Tullio Filippone     @TG_Filippone

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