12 gennaio: Putin pacifista, con il culo degli altri

Nel cominciare questo post usando un francesismo accostato al presidente russo, continuo a cavalcare l’onda di attenzione mediatica verso Sochi, la Russia e le Olimpiadi invernali. Per ricordare un dramma dimenticato, alle porte di casa nostra.

Vladimir Putin, Mr. Botulino 2014, nelle settimane che precedevano i Giochi invernali, per dissolvere le valanghe di critiche per le sue politiche antidemocratiche e discriminatorie verso la comunità LGBT, ha invocato il pacifismo olimpico, la collaborazione tra stati, quasi un’ekecheirìa, in nome di ideali di cooperazione tra le nazioni, contro gli obiettivi “più alti” di lotta al terrorismo e la pace.

Forse ci siamo dimenticati che l’8 agosto 2008, mentre l’attenzione dei media mondiali era rivolta a Pechino, dove -sempre tra le polemiche- andava in scena la cerimonia di apertura della ventinovesima Olimpiade dell’era moderna, Putin ordinava ai suoi carrarmati di entrare in Ossezia del Sud: regione georgiana che dal giorno prima era stata messa sotto assedio dall’esercito centrale di Tbilisi. Cominciava così la “guerra degli otto giorni”, e la tregua olimpica (inserita anche nella Carta ONU degli obiettivi del Millennio), usata come carta igenica.

La guerra si è risolta con l’occupazione russa dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, dichiaratesi indipendenti e riconosciute solo dal governo del Cremlino. I colloqui di pace a Ginevra si sono protratti fino all’anno scorso, con un buco nell’acqua. Oltre alle centinaia di civili uccisi, si parla di un numero di rifugiati tra 158’000 e 230’00 persone.

Sochi dista poche decine di chilometri dall’Abkhazia. Uno dei tedofori scelto dal NOC russo è un “eroe” della guerra del 2008, mentre per motivi di “sicurezza” la Russia ha deciso di spostare arbitrariamente il confine con lo stato fantoccio dell’Abkhazia, penetrando di ben 11 chilometri: de facto, spostando il confine georgiano, e separando famiglie di 15 villaggi e terre di pascolo. Inoltre, il confine interno Georgia-Ossezia del Sud è stato recintato con il filo spinato dalle truppe russe.

Altro schiaffo allo spirito olimpico, è stato quando la sacra fiamma di Olimpia, nel percorso verso Sochi, è approdata a Grozny, capitale della Cecenia. Direte voi, giustamente, “che male c’è?”. Un pò di pace in una regione tormentata…Peccato che qui il tedeforo fosse il padre-padrone della piccola repubblica: Ramzan Kadyrov, nominato nel 2007 da Putin. Quest’essere ripugnante, signore della guerra, le cui truppe sono state accusate di stupro e crimini contro l’umanita, non solo governa la Cecenia con terrore come un tiranno (torturando ed emanando leggi legalizzanti il diritto d’onore e sciocchezze del genere), ma è stato anche accusato di essere il mandante di vari assassini, in primis quello di Anna Politkovskaja, reporter dei fatti ceceni.

Concludo invitandovi a consultare le pagine Wikipedia sul dittatore-fantoccio ceceno: quella in inglese è molto dettagliata, parla anche delle sue accuse. Quella in italiano, striminzita, accenna alla sua “carriera” politica e poi ne tesse le lodi come presidente della locale squadra di calcio. Asinus asinum fricat

Filippo Barbagli – @Filoppo

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