10 febbraio: “Siamo un giornale, non siamo un marchio”

Non esiste che il giornale fondato da Sartre diventi un marchio“.

Ha fatto discutere la copertina del quotidiano francese Libération dell’8 febbraio. La dichiarazione di guerra del comitato di redazione alle strategie “going commercial” degli azionisti non sono soltanto delle rivendicazioni orgogliose di alcuni giornalisti che difendono la professione. Un articolo del Manifesto ci racconta i dettagli di questa storia. Tuttavia, dietro a questo dibattito, che non può essere ricondotto alla classica contrapposizione tra apocalittici e integrati, si cela la questione del futuro e dell’indipendenza della carta stampata. 

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«Siamo un gior­nale, non un risto­rante, non una rete sociale, non uno spa­zio cul­tu­rale, non una piat­ta­forma tele­vi­siva, non un bar, non un’incubatrice di start up. I dipen­denti di Libé­ra­tion rispon­dono al pro­getto degli azio­ni­sti». Rivendicano i giornalisti del comitato di redazione. “Siete nel 21esimo, adattatevi!”, la provocazione di un lettore che si legge su uno dei tanti commenti su internet.

Il giornalismo vive una fase di rivoluzione paragonabile a quella industriale inglese. I vettori e la fruizione di informazione si sono moltiplicati a dismisura, internet si sta imponendo sulla carta stampata e i tempi della notizia si sono ulteriormente ristretti. Il giornalismo digitale, le start up, il datajournalism, il citizenjournalism, il live blogging e tutte le frontiere del digitale sono il futuro di una professione che non potrà più vivere solo sulla carta o in televisione. Tutto ciò è la fotografia della realtà che si impone sulle utopie degli apocalittici. 

Eppure non tutto è scontato. Se oggi dal punto di vista economico ogni redazione è un “affare a perdere”, il potere di lobbyng e di  influenza di un giornale restano elevatissimi. Ne sa qualcosa Bezos, il patron di Amazon, che alcuni mesi fa ha rilevato lo storico Washington Post in forte perdita, allo scopo (dice lui) di rilanciarlo. Forse il quotidiano del Watergate si risollverà, forse il piano degli azionisti di Libération darà i suoi frutti, ma un pezzetto di libertà dell’informazione e integrità della vecchia professione potrebbero cambiare per sempre. 

Il prezzo del rilancio può essere una fetta della libertà? Esistono dei confini invalicabili?

Chi scrive non ha le risposte. 

Tullio Filippone  @TG_Filippone

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One thought on “10 febbraio: “Siamo un giornale, non siamo un marchio”

  1. Tullio Filippone ha detto:

    L’ha ribloggato su L'Occhio Vivo di Cienfuegose ha commentato:
    L’orgoglio di Libération

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