09 febbraio: no Presidente Letta, si sbaglia, su sport e politica

Vorrei rispondere al Presidente del Consiglio Letta, che ha pubblicato sul Corriere della Sera una lettera in cui spiegava la sua decisione di partecipare alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici invernali di Sochi, invece di non presenziare per protestare contro il non rispetto dei diritti umani nella Russia di Putin.

Per me lo sport non è politica”, ha scritto il premier. E’ una valida affermazione, di solito. O che vale per la Serie A. Ma non nel caso delle Olimpiadi. Perché queste sono il punto massimo d’incontro, di fusione, di strumentalizzazione reciproca tra lo sport e la politica. I Giochi sono la più importante manifestazione sportiva al mondo, coinvolgono nazioni di tutti i continenti, suscitando enormi ondate di emozioni, passioni, rivalità ed agonismo sportivo.

Se Pierre, barone di Coubertin, oggi è ricordato come il fondatore delle Olimpiadi moderne, dell’olimpismo e della sua filosofia pacifista e cosmopolita, bisognerebbe essere più precisi storicamente e ricordare che egli era in primis un cultore della pedagogia. Che si pose il problema di migliorare, negli anni dopo la débâcle di Sedan, il sistema educativo francese usando lo sport. Memore della frase del duca di Wellington, secondo cui “the battle of Waterloo was won on the playing fields of Eton”. Alla fine del XIX secolo lo sport divenne uno strumento di socializzazione di massa fondamentale per la formazione ed il rafforzamento delle identità collettive degli stati nazione. Così, sin dalla prima Olimpiade del 1896 ad Atene, nel giro di pochi decenni lo sport ivi rappresentato ha sposato le più diverse cause politiche, dai nazionalismi, ai separatismi, fino all’asservimento ai totalitarismi od il riflesso della Guerra Fredda.

Le parata delle nazioni all’inizio dei Giochi sono la celebrazione di se stesso che l’ordine mondiale vigente mette in scena. Non a caso ancora oggi si continua a dibattere sulla bandiera di Taiwan, sulle due Coree che marciano o no insieme, sulla FYROM e via dicendo, così come in passato la distensione USA-URSS passava anche dalle due Germanie che sfilavano sotto la stessa bandiera. Il medagliere olimpico, per volere di Coubertin non è neanche ufficiale, proprio perché radicalizza le rivalità nazionali. Eppure alla fine dei Giochi, è celebrato dai mass media: chi ha più medaglie vince, e non a caso i primi posti, nel corso della Storia, sono stati il riflesso delle rivalità internazionali più importanti: Francia-Germania, UK-USA, Stati Uniti-URSS, infine, da Atene 2004 in poi, USA-Cina. Il “dilettantismo di Stato” è stato concepito proprio per questo, mentre spesso i governi non hanno esitato a “creare” battaglioni di atleti solo per prendere più medaglie possibili.

Già, gli atleti, quelli definiti dal Presidente del CIO, Bach, durante la cerimonia, come “i migliori ambasciatori” del proprio paese.

 Infine, basterebbe citare le sessioni del CIO in cui nel corso degli anni sono stati attribuiti i Giochi alle varie città. Ogni volta vanno in scena veri e propri concerti diplomatici ed equilibri geopolitici, perché ogni paese vuole usare le Olimpiadi per celebrare la propria prosperità, il ritorno o l’ingresso tra i “Grandi”. Barcellona 1992, Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012, Rio 2016 giusto per citare i più recenti. Ieri i giornali intitolavano “Putin mette in mostra il suo impero a Sochi”.

Perché le Olimpiadi sono la massima celebrazione del legame tra sport e politica, nella sua forma delle relazioni internazionali. E secondo me, ciò è un valore aggiunto, uno dei motivi che li rende così speciali.

Filippo Barbagli – @Filoppo

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