Archivio mensile:febbraio 2014

28 febbraio: Italia Padronale

Italia Padronale - #ognimaledettogiorno

“Siamo in guerra”, sempre e comunque. Altri dissidenti pentastellati messi alla porta. “Via i parassiti”. Ogniqualvolta succede qualcosa all’interno del Movimento della rappresentanza diretta dei cittadini, vince la ragione collettiva (presunta), quella suprema e inappellabile. Così il reato di opinione diventa deviazionismo dall’ortodossia religiosa codificata dalla liturgia delle alte gerarchie. Il dissidente è una spia, viene messo alla gogna nella Pravda fatta blog e poi epurato.

La vicenda delle espulsioni dal Movimento 5 Stelle avrà delle ripercussioni nel destino della formazione politica pentastellata, ma apre riflessioni amare e condivisibili sulla natura del paese e dei suoi abitanti, gli italiani.

L’Italia è destinata ad essere fatalmente attratta dai partiti padronali, soprattutto nei momenti più intensi della sua storia. Dopo 20 anni di telecrazia berlusconiana in un’Italia a direzione padronale la “ribellione” ha prodotto “un partito ancora più padronale degli altri, dove il proprietario ha addirittura depositato il marchio alla camera di commercio e il partito gli serve anche […] per vendere pubblicità sul blog, sempre di sua proprietà.”  (Curzio Maltese su Repubblica 27 feb 2014)

Montanelli, uno che l’Italia l’ha vista crescere, diceva che il paese è “sempre disposto ad acclamare un tenore”. Non sarà forse arrivato il momento di cambiare idea?

Tullio Filippone  @TG_Filippone

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25 febbraio: Christine Lagarde e la Grecia

Fra un paio di giorni, quando in Italia sarà passata l’abbuffata governativa attuale, qualcuno segnalerà alla stampa un’interessante intervista a Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale, per un’emittente australiana.

Interessante perchè, in circa un’ora di dibattito economico e strani accenti inglesi, Lagarde – che l’Economist vorrebbe a capo della Commissione Europea – dice due cose sulla Grecia da lasciare senza fiato . La prima, su cui la stampa si concentrerà, è che la troika prese decisioni sulla base di analisi e previsioni del tutto errate: “the real initial miscalculations were the ones that led to the wrong numbers” (affermazione interessante, dato che proprio ora troika e premier greco stanno dibattendo su quanti soldi siano necessari per ricapitalizzare le banche greche); Lagarde preferisce far passare i leader europei per dilettanti allo sbaraglio piuttosto che per freddi calcolatori – è risaputo che l’iniziale fermezza nei confronti della Grecia, causa dello spettacolare fallimento del paese, fu dovuta a preoccupazioni elettorali interne ai vari paesi dell’Eurozona.

Il secondo pensiero, tale da causare un indignato articolo sul Guardian, è che oggi ci sia da festeggiare: “we can only celebrate now the fact Greece is finally coming out with a primary surplus.” Festeggiamo anche l’aumento del 43% di mortalità infantile?

Adriano Mancinelli – @Admancinelli

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24 febbraio: il Governo faccia come John Cage, 4 minuti e 33 secondi di silenzio

Funziona sempre così. L’arco di formazione di un nuovo governo (quello che va dall’accettazione dell’incarico con riserva al giuramento) è caratterizzato, per il cittadino italiano medio, da una metà del tempo spesa a dare il proprio contributo all’impazzante totoministri e dall’altra metà a dispensare giudizi sulla competenza dei responsabili scelti per ciascun dicastero. D’altronde questo è il bello dei fenomeni di massa nel nostro paese, dal calcio (nel 1998 eravamo tutti Zoff nel sapere come gestire al meglio l’utilizzo di Baggio), alla politica (ciascuno di noi avrebbe designato la squadra di ministri più bella e competente della terra), alla ultimamente gettonatissima legge elettorale (se credete che scherzi nel riportarvi una dichiarazione domenicale di mia nonna a favore del maggioritario, vi sbagliate, giuro). Ed è un bene che sia così.

Come ho fatto una decina di mesi fa per l’allora neo-governo Letta, non una mezza parola ho speso però per l’attribuzione dei vari ministeri, né nella fase del cosiddetto totoministri, né in quella immediatamente successiva alle varie nomine. Non perché io non mi stia facendo un’idea – anche ad un puro livello impressionistico – delle persone scelte (poteva essere migliore, questa la mia opinione). Bensì, piuttosto, perché sogno una politica che più che le appartenenze pregresse o il corso di vita di questo o quel ministro faccia parlare i fatti, si faccia giudicare per l’operato di ciascun ministro, si lasci valutare in modo trasparente e si presenti poi di fronte ad un giudizio retrospettivo. Certo, mi si potrà obiettare, la riconferma di Alfano sembrerebbe tradire questa logica, considerato l’operato non certo brillante del ministro dell’Interno. E’ vero, nutro anche io delle perplessità, ma quella scelta – se siamo realisti e non pecchiamo di ingenuità, considerando i rapporti di forza e numerici al Senato – spettava esclusivamente al Nuovo Centrodestra, e secondo loro era la scelta da fare.

Nel 1952 John Cage compose, dopo diverse opere musicali, la sua 4’33’’, un’opera consistente in 4 minuti e 33 secondi di silenzio. Secondo l’autore durante quel tempo era possibile percepire i suoni di respiro e battito cardiaco.

Ecco, dopo settimane in cui l’orchestra della politica ha suonato ininterrottamente, mettendosi in scena e appassionando molti attenti ed interessati ascoltatori, è tempo che il governo faccia i suoi 4’33’’ di silenzio, mettendosi in ascolto del respiro e del battito cardiaco del nostro paese, concentrandosi sul lavoro e tornando a suonare per comunicarci che ha ottenuto risultati. E senza steccare, possibilmente.

Francesco Pignotti         @FrancescoPigno

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La squadra del Matteo I

La squadra di Matteo I #ognimaledettogiorno

Dopo una settimana di toto ministri e scommesse dei bookmakers la squadra di governo nel paese di 60 milioni di allenatori, filosofi e fini opinionisti politici c’è. Ci sono tre fatti incontrovertibili: la rosa dei ministri di Renzi è la più giovane della storia della Repubblica italiana, è all’insegna delle pari opportunità (8 uomini e 8 donne) e composta in prevalenza da politici piuttosto che da tecnici. Colpo d’occhio mediatico, l’immagine e i simboli vogliono la propria parte.

Qual è invece il giudizio sulle poltrone nevralgiche dove si poteva davvero scegliere?  

I ministeri lasciati al Nuovo Centro Destra non fanno testo. Realisticamente parlando pacta sunt servanda, stessa maggioranza, stessi equilibri, stessi sacrifici: Alfano, Lupi, Lorenzin. Si potrebbe obiettare allora sul senso di sostituire il governo Letta con uno nuovo che ha il mandato (divino?) di salvare l’Italia con gli stessi partner e ricatti di prima, ma questa è un’altra storia.

Parliamo allora delle poltrone calde e decisive. La prima è quella del ministro dell’economia, un ruolo dove tutti hanno fallito, tecnici o politici che fossero, una responsabilità che pesa e che nessuno vuole prendersi. Ha accettato Padoan, “tecnico politico” dal pedigree internazionale che apre alla patrimoniale avendo forse compreso che un aumento delle tasse sul patrimonio ed una diminuzione di quelle sul lavoro e produzione possono permettere al paese di ripartire ed avere maggiore equità. Sembra una scelta all’altezza.

Ministero della giustizia. Qui sta l’inghippo e anche l’autogol. La giustizia è una tema spinoso. A destra hanno dimostrato di intendere la riforma della giustizia come strumento per tarpare le ali ai pubblici ministeri, garantire l’impunità agli amici e gli interessi alle clientele. Quindi un ministro magistrato, seppur in prima linea nella lotta alla ‘ndragheta, è giustizialista. Il nostro paese ha bisogno invece di tempi certi di giustizia, la revisione della prescrizione e del carcere preventivo, un giro di vite deciso sui reati di corruzione e contro la pubblica amministrazione e un inasprimento del 41 bis. Gratteri era l’ideale (intervista del 17 feb a Presa Diretta). Voci di corridoio testimoniavano che non fosse gradito a Napolitano, il quale ha avuto qualche “problemino” con la procura di Palermo e per cui vale la regola “non scritta” che un pm non possa fare il ministro.

Montesquieu separava i poteri, principio sacrosanto. Tuttavia un ministro nell’esercizio delle sue funzioni non è più un pm e l’Italia ha un’emergenza legalità che costituisce lo spread con il resto dell’Occidente. L’occasione era ghiotta, ma il ministro lo farà il rampante Andrea Orlando, non si ancora con quali idee e competenze. Si sa invece che sarà più “mansueto”.

Nota finale: Franceschini alla cultura. Si sa, con la cultura non si mangia, eppure è una cosa bellissima, unica grande risorsa di un paese depauperato. Qui è stato scelto il “jolly”, quello che alla fine devi mettere da qualche parte, peccato, avevamo un’altra scelta alternativa, che non era lo scrittore Baricco, ma il competente Bray.

Adesso però i giudizi devono finire, saranno fatti a tempo debito dopo che il governo avrà iniziato il suo mandato, altrimenti rischiano di diventare pregiudizi.

Tullio Filippone    @TG_Filippone

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22 febbraio: parliamo d’altro

Del governo Renzi non si può in alcun modo parlare bene. 

Nomine assurde e sacrifici indegni (leggi Franceschini e Bray) in omaggio soltanto a quelle correnti che Renzi avrebbe dovuto spazzare via; seconde e terze scelte, di dubbia competenza e sicura inesperienza, passate come innovazione e quote rosa; il peggior ministro degli interni della storia repubblicana (nonostante una concorrenza spietata al ribasso) confermato con lode per rozzi calcoli politici; l’eliminazione, anche questa basata su sciatti proclami di semplificazione, di ministeri importanti come gli affari europei e le pari opportunità.

Renzi aveva la possibilità di creare un governo indipendente e di cambiamento, un monocolore con appoggio esterno d’antica memoria, e si è invece prostrato alle più becere e vigliacche logiche matematiche. Smentendo tutto ciò su cui ha basato il suo consenso.

Andreotti diceva, se non si può parlar bene di qualcuno meglio non parlarne. Nel mondo succedono tante cose, per esempio in Thailandia, in Venezuela, in Ucraina, in Etiopia. Cose più interessanti. Parliamo d’altro.

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21 febbraio: Kiev ci dice che la politica di sicurezza in Europa va cambiata

Nel maggio 1991, atterrando con l’aereo in Jugoslavia per negoziare la pace tra Belgrado e Lubiana (gli accordi di Brioni), il ministro degli esteri lussemburghese -nelle veci di Presidente del Consiglio della CEE- dichiarò che “è sorta l’ora dell’Europa“. Sarà stata l’euforia delle negoziazioni del Trattato di Maastricht, o forse la consapevolezza che la prima guerra continentale dopo il 1945 offriva alla Comunità di esercitare un ruolo di peso a livello internazionale e consono al suo fine di pacificazione, fatto sta che tale carica di ottimismo fu presto sconfessata dallo sviluppo drammatico che hanno avuto le guerre jugoslave. A Bruxelles ci sono voluti anni per riprendersi dallo shock, ed ancora oggi s’invoca ad evitare una “nuova Jugoslavia” di fronte alle assai frequenti paralisi decisionali a livello di PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) nell’UE. Perché il rischio, a livello di percezione e disaffezione dei cittadini, è che poi sia colpa delle istituzioni europee se scoppiano le guerre, anche se sono fuori dai confini e dagli spazi di azione legale dell’Unione

Non a caso, tra le critiche più forti, ma sbagliate, al premio Nobel del 2012 c’era proprio quella di non “aver fatto niente” (che poi non è vero) per la pacificazione dei Balcani. Quel periodo mostrò al mondo l’incapacità dell’UE di prendere una decisione comune e forte nei momenti di massima crisi, ma sul medio periodo la sua azione dovrebbe essere rivalutata in maniera positiva

Sono passati vent’anni, ed invece di fronte alla crisi ucraina alcuni degli stessi problemi si sono ripresentati. Ieri, mentre l’Alto Rappresentante per la PESC, Lady Ashton, presiedeva a Bruxelles il Consiglio dei ministri degli esteri per far approvare delle sanzioni contro “i responsabili delle violenze” (i cui effetti son assai dubbi), i capi delle cancellerie di Francia, Germania e Polonia – che si conferma lo stato maggiore dell’area orientale dell’Unione (al contrario di quello che non è riuscita a fare a sud l’Italia con la Libia)-, negoziavano a Kiev la tregua tra il Presidente Yanukovich ed i delegati dell’opposizione di Euromaidan, mentre la Russia di Putin rimaneva a guardare

Certamente, tali negoziazioni hanno visto la “vittoria”, almeno momentanea e su carta, dei manifestanti. Però resta l’amaro in bocca: protagonisti sono stati, anche questa volta, le “grandi potenze”, in pieno stile concertistico europeo da XIX secolo. Perché non c’era Lady Ashton a negoziare? Perché i capi di stato e di governo dei 28 non hanno espresso ad alta voce il loro dissenso, il loro sostengo alla piazza che pure chiedeva -estremisti di destra o no- più democrazia, più pace, più diritti….più Europa?

Certamente, l’UE non avrebbe potuto intervenire militarmente, non solo per una definizione di quali mezzi e quali uomini, ma anche perché l’Ucraina non fa parte dell’Unione, la quale quindi non esercita alcun potere legale, alcuna giurisdizione, su quel territorio. Forse si sarebbe potuto organizzare una missione di peace-keeping delle Nazioni Unite, con gli assets della NATO (da cui l’UE dipende a tutti gli effetti sul piano militare), nel quadro delle operazioni Berlino Plus

Ma già nel momento in cui si tira in ballo l’ONU ed il Consiglio di Sicurezza, entra in gioco, per esempio, la questione del potere di veto dei membri permanenti, e, per quanto mi riguarda, allora dovremmo anche cominciare a pensare ad una ridefinizione dei rapporti di potere in tale sede. Parafrasando una diplomatica statunitense, direi “fuck the others”: non possiamo dipendere dal veto di USA, Cina o Russia per le nostre questioni di sicurezza.

Dovremmo cominciare a muoverci concretamente verso una politica estera e di sicurezza autonoma, importante, al servizio della pace e dei nostri interessi.

Filippo Barbagli – @Filoppo

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20 febbraio: Facebook si compra WhatsApp, due riflessioni

E’ indubbiamente la notizia regina di ieri. Non sto parlando della consultazione streaming Renzi – Grillo, bensì dell’acquisizione da parte di Facebook del celeberrimo servizio di messaggistica WhatsApp, per la cifra record di 19 miliardi di dollari. 19 miliardi di dollari, circa 14 miliardi di euro.

Prendendo spunto da questo fatto, due riflessioni estremamente banali – in ossequio alla linea editoriale di questo blog – mi vengono alla mente.

Primo, leggendo di Facebook che acquista WhatsApp, e dopo aver pensato alla Silicon Valley, rivolgo lo sguardo alla realtà dell’innovazione, delle start up e del venture capital nel contesto italiano. In un mondo in cui una start up ne acquista un’altra per 19 miliardi di dollari dal momento che la seconda è un prodotto utilizzato da quattrocentocinquanta milioni di persone nel mondo, come siamo messi noi in Italia? Ecco, beh, siamo in realtà uno dei paesi con il più basso tasso di venture capital investito in questo tipo di imprese innovative. Credo per mancanze nella visione di chi investe e di chi fa politica. Se qualcosa è stato fatto col decreto Sviluppo 2.0 dell’allora ministro Passera, molto resta da fare, e soprattutto da un punto di vista – oserei dire – concettuale. Perché non mi va di avere una classe politica che nel 2013 propone l’applicazione della web tax o considera le start up come il passatempo di 4 nerds nell’umido di un garage. Perché in tal modo si dimostrano delle barriere di tipo mentale e culturale, nel primo caso nel voler imbrigliare in regole e schemi vecchi una realtà nuova, nel secondo nel non aver capito come e dove va il mondo.

Secondo, mi limito a proporre – ma non a sviluppare, impossibile qui – una banale ma non secondaria suggestione. Dopo Instagram, WhatsApp: siamo certi che George Orwell non pensasse proprio a Zuckerberg col suo Big Brother. Riflettiamo anche su questo.

Francesco Pignotti    @FrancescoPigno

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19 Febbraio: Grillo Ponzio Pilato

La Rai responsabile del declino del paese” e via una serie di berci, attacchi e accuse. Giuseppe Piero Grillo, in arte Beppe, ha battezzato a modo suo il Festival di San Remo davanti al teatro Ariston. Dopo un tam tam di 2 giorni sulla partecipazione del comico/capo, lo show in salsa populista è arrivato e ha giovato ad un Festival sonnolento se non per alcuni momenti apicali, come la protesta inscenata da due operai che rischiano di perdere il lavoro magistralmente gestita da Fazio.  

Che la Rai sia il migliore dei mondi possibili non lo direbbero neanche i giornalisti che nella storia si sono avvicendati in quota politica nella grande macchina lottizzata, secondo la celeberrima e prima definizione che coniò il maestro di giornalismo di Alberto Ronchey. Eppure dire che il servizio pubblico sia il male assoluto del paese e che i giornalisti italiani mistifichino la realtà ha qualcosa di grottesco e insolito per una democrazia. 

 

Quegli stessi giornalisti anche questa volta amplificavano il messaggio di Grillo che ne sentiva provocatoriamente “il cattivo alito”. Mamma Rai ha invece ospitato parecchi scketch del comico vulcanico.

Eppure, andando dritti al punto, alcune critiche alla Rai sono legittime: lottizzazione, censure, bilanci in rosso, sprechi, scarsi meccanismi di responsabilità tra i dirigenti e il fatturato. Ancora una volta si sbaglia nel metodo. Del discorso politico del leader/federatore del M5S resterà ancora una volta il turpiloquoio e il rutto retorico, mentre non si vedono le proposte.

Esatto, le proposte. Perché i problemi si risolvono con le proposte, quelle razionali e realizzabili. E perché, in fondo, dal febbraio 2013 Grillo, Casaleggio e il Movimento hanno fatto come Ponzio Pilato, hanno protestato in modo veemente, spesso giustificato, ma poi, quando si trattava di metterci la faccia, se ne sono lavati le mani per non sporcarle con la politica. Eppure la risposta può essere solo politica, il dibattito nell’agorà pubblica alla ricerca della soluzione.

Qualche volta il “popolo del web” ne ha bocciato la linea e domani per esempio il comico dovrà salire al Quirinale che voleva silurare con l’impeachment per le consultazioni. Altre volte quel popolo ha rovesciato contro il potere costituito gli orwelliani “minuti di odio” figli della rabbia (comprensibile) e degli istinti più bassi. Ma servono soluzioni, proposte, mani oneste che si “sporcano” nella politica. Il momento della protesta ha rotto gli indugi, ma è finito da febbraio 2013.   

Tullio Filippone @TG_Filippone

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