23 gennaio: parlate di mafia

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.”

Lo diceva Paolo Borsellino alcuni anni fa quando la sua Palermo era come Beirut. Sembrava un’esortazione scontata, eppure dietro l’avversativo “però parlatene” si cela la verità. In Italia non si parla di mafia, mai. La parola italiana più internazionale del mondo non compare nell’agenda pubblica di nessuna parte politica, salvo quella di qualche magistrato, dilettante dell’arte di amministrare la cosa pubblica, che era sceso in campo mettendola al primo posto tra le sue priorità. In effetti, nel paese dove la politica e la criminalità vanno d’accordo dal 1860, non si possono fare campagne elettorali parlando di criminalità organizzata.

In questi giorni non possono passare certo inosservate le minacce di Riina contro Di Matteo. Il contadino corleonese, che mise sotto scacco un paese del G8, la vorrebbe “fare grossa”, mentre parla con un boss di spicco della Sacra Corona Unita (il 41 bis funziona?) ed evoca la “mattanza”, quella che per anni ha falcidiato come tonni i servitori dello Stato. Adesso si parla (troppo poco) di mafia, ma leggendo i giornali e ascoltando la politica la sensazione è che stiamo parlando di qualcosa di importante ma secondario, qualcosa di presente ma legato al mito cinematografico o romanzato.

Invece lo spread italiano è proprio questo, la mafia. Uno dei suoi mali più antichi, una SPA che nel 2012 fatturava ancora 138 miliardi con 105 di utili. (Rapporto Sos Impresa).

Tullio Filippone @TG_Filippone

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