Archivio mensile:gennaio 2014

31 Gennaio: Benvenuti nel Risiko globale dove la vita umana è una variabile marginale

C’era una volta il comunismo. Citando Guccini nella Locomotiva “quella grande forza che spiegava le sue ali, parole che dicevano gli uomini son tutti uguali“. Poi i corsi e ricorsi storici andarono nel modo in cui tutti sappiamo e la falce il martello diventò un mostro che calpestava il socialismo dal volto umano. Poi il comunismo morì e ne rimase solo uno, come Highlander. Era il suo grande antagonista, il capitalismo. Ma quando il gatto non c’è, si sa, i topi ballano.

Oggi nel mondo ricco e libero succede che, dopo anni di conquiste sindacali e lotte per l’emancipazione del lavoratore, una multinazionale con sede in Svezia decida di spostare dei lavoratori dall’Italia alla Polonia, come fossero carri armati del Risiko. L’Electrolux ha cambiato il piano industriale, produrre in Polonia costa molto meno che in Italia (chiaro) e dunque o si delocalizza oppure si torna indietro di 150 anni e si tagliano stipendi e pause e ore di lavoro.

I governi e i sindacati promettono battaglia, ma sembrano delle variabili marginali e ininfluenti alla stregua di quei carri armati del Risiko, spostati dalla mano del giocatore e sacrificati come carne da macello in nome del gioco, il mercato.

Che sia arrivato il momento di rivedere qualcosa? La vita umana è davvero una variabile marginale?

Tullio Filippone        @TG_Filippone

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30 gennaio: Aboliamo l’ora di religione e ripristiniamo quella di storia dell’arte

Non sono un amante della falsa retorica del “paese più bello del mondo”, ma è un dato di fatto che l’Italia è una nazione unica al mondo per il suo ricchissimo patrimonio storico-culturale. Ad ognuno di noi capita quasi quotidianamente di vivere, od almeno d’imbattersi, in qualche contesto artistico unico. Siamo il paese con il più alto numero di Patrimoni UNESCO dell’Umanità (49, segue l’infinitamente più grande Cina, con 45 siti). Eppure, da bravi inventori del melodrammi, noi italiani siamo buoni solo a pavoneggiarci di questo aspetto. Per darci un senso di superiorità rispetto agli altri, benché lo stato di conservazione di molti di questi tesori dovrebbe farci provare solo un’enorme vergogna. Basti citare il caso Pompei.

Ma trovo ancora più vergognoso il fatto che nelle nostre scuole, sin dalla riforma Gelmini, la storia dell’arte praticamente non venga più insegnata. In nome dei famosi “tagli”, un’ austerity ante litteram che colpì anche la geografia. Un obbrobrio, considerate anche le scarse competenze geografiche di chi allora sedeva sullo scranno più alto del MIUR.

Dunque i nostri studenti, futuri cittadini attivi, non acquisiscono le capacità interpretative di ciò che li circonda, ed allora non sono neanche stimolati alla ricerca ed alla tutela di tale patrimonio artistico.

Il fatto più raccapricciante è che materie fondamentali come la storia dell’arte, la geografia e l’educazione civica, non vengano più insegnate in questo paese alla rovina. Però la celebre ora di religione cattolica viene ancora tutelata. Alla faccia della laicità dello Stato.

L’IRC, introdotto con i fascisti Patti Lateranensi, facoltativo dal Concordato del 1984 (che lo estese alla materna), è lo strumento di indottrinamento della Chiesa Cattolica. Fino al 2004 gli insegnanti erano scelti scandalosamente dalle curie locali senza alcun controllo statale, oggi il 70% deve passare il concorso per diventare insegnante di ruolo. Ma tutti vengono pagati a spese dello Stato Italiano, che non finanzia però i progetti per le “ore alternative” né gli insegnamenti di altre religioni. Così, almeno 1,25 miliardi di € pubblici sono spesi per baciare la pantofola del papa.

Inoltre, spesso, tra orari infami e crediti obbligatori, non c’è reale possibilità di scelta per gli alunni.

Perché non aboliamo l’ora di religione dalla scuola pubblica, e reintroduciamo l’insegnamento della storia dell’arte e della geografia? Sarebbe molto più utile per il futuro di questo paese, più laico, e più rispettoso di tutti. Senza dimenticare che l’insegnamento della religione cattolica dovrebbe rimanere prerogativa degli oratori parrocchiali, dove il catechismo è una realtà consolidata e spesso portata avanti da persone motivate e non parassiti statali. Quindi, l’IRC continuerebbe, ma solo nelle parrocchie.

 

Filippo Barbagli – @Filoppo

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29 gennaio: la memoria e le cose da ricordare

Una decina di giorni fa un editoriale del Washington Post criticava aspramente Google e i suoi Doodle. La critica maggiore, e più scontata, è che Google usa personaggi storici per farsi pubblicità – legittimo, ma non il massimo dell’etica. Il fatto più interessante – inquietante? Moyer lo definisce orwelliano – è che ovviamente Google decide ogni giorno cosa farci ricordare e cosa no.

Il compleanno di Martin Luther King va bene, la morte di Lenin 3 giorni dopo no; Simone de Beauvoir merita di essere ricordata, Che Guevara no. Google spiega che “la selezione dei Doodle mira a celebrare eventi interessanti e anniversari che riflettano il carattere di Google e il suo amore per l’innovazione”.

Fatto sta che miliardi di computer si accendono ogni giorno e scoprono attraverso Google cosa, di notevole, è successo nel passato: chiaramente, ciò che è omesso è altrettanto importante di quel che è celebrato. E di omesso c’è tantissimo. In più di 15 anni di Doodle, non c’è stato un momento per Malcom X, Jan Palach, Churchill, Cristo, Marx, Freud. Ci sono stati tantissimi momenti, invece, per indicare personaggi rivoluzionari soft, senza sangue, il politically correct, il femminismo; tutto quelle lotte, cioè, che Slavoj Zizek nel suo libro The year of dreaming dangerously indica come strumenti utili alla borghesia per confermare la propria superiorità rispetto alle classi inferiori, “patriarcali e intolleranti”.

Se anche non tutto è politico, ciò che Google pubblica ogni giorno per miliardi di persone lo è di certo.

Adriano Mancinelli – @Admancinelli

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28 gennaio: amnistia e indulto, do you remember?

È inevitabile, normale, che il dibattito pubblico proceda per “fiammate”, si concentri su tematiche specifiche in specifici momenti e per specifici lassi di tempo, passati i quali il tema oggetto di discussione sparisce dalla cosiddetta agenda mediatica. Il problema alla base di quel dibattito, però, rimane intatto se non viene risolto, anche se in pochi se ne ricordano quando finisce nel dimenticatoio mediatico.

Un esempio? Beh, l’acceso dibattito autunnale su amnistia e indulto. Vi ricordate, no? L’amnistia ha incrociato i destini di governi, ministri, esponenti politici, ha infiammato battaglie congressuali, è stato al centro dell’agenda mediatico-politica per settimane.

E adesso? Perché nessuno ne parla più? Il problema del sovraffollamento delle carceri è forse stato risolto? No. E sull’Italia incombe ancora la sentenza di condanna della Corte di Strasburgo, con Maggio 2014 – termine ultimo per risolvere la questione, pena multa UE – che si avvicina. Il ddl Amnistia e indulto 2014 è in discussione al Senato, e  Cassazione e Ministro della Giustizia si dicono favorevoli, considerando amnistia ed indulto uniche soluzioni nell’immediato, in attesa di misure strutturali sulla giustizia.

Insomma, anche se tendiamo a dimenticarcene e i giornali non ne parlano quasi più, l’Italia è terza nella speciale classifica delle peggiori condizioni carcerarie, dietro Serbia e Grecia. E se è vero che un paese civile si giudica anche dalle condizioni dei propri detenuti, è l’ora di fare qualcosa. Perché il dibattito un po’ strumentale amnistia vs. riforme strutturali (che già criticai mesi fa come visione un po’ demagogico-strumentale della vicenda) rischia di consegnarci un nulla di fatto che griderebbe vendetta.

Francesco Pignotti: @FrancescoPigno

27 gennaio: lo spread italico

Qualche giorno fa tutte le agenzie stampa comunicavano l’ennesimo bollettino di guerra del Belpaese onesto: in un anno 5 miliardi di danni all’erario, 3500 finti poveri e centinaia di falsi invalidi per un totale di una media di 12 reati al giorno contro la pubblica amministrazione. (Dati della Guardia di Finanza)

Se i libri di storia racconteranno questi anni come quelli dell’annosa guerra allo spread, che imponeva ai governi di minoranza, di maggioranza, di larghe intese o di convergenze parallele, l’utilizzo della scure da macellaio sulla spesa pubblica (e lo stato sociale) o l’aumento delle tasse, qual è il vero spread? Il differenziale tra i titoli di stato italiani e il bund tedesco, oppure la forbice che ci separa dall’onestà e le virtù civiche?

L’evasione fiscale è in neo storico che tutti i governi dicono di mettere tra le priorità assolute. Sarà, ma i dati sono impietosi. A questo proposito viene in mente quella ricca signora della Roma “bene” che è riuscita nell’impresa titanica di nascondere al fisco 1243 appartamenti (1243!). Tanti immobili possederebbe “in nero” la regina dell’immobile capitolino Angela Armellini.

Truffe al Sistema Sanitario Nazionale, utilizzo improprio dei fondi europei, una sfilza di reati di peculato, corruzione, concussione e abusi di ufficio, tutti reati contestati a funzionari pubblici e impiegati dello stato. Qui il pensiero va ad un uomo per cui “è sempre Pasqua”, il factotum Mastrapasqua. Non solo guadagna più del presidente Obama, ma presiede l’Inps e Idea Fimit, è vicepresidente di Equitalia e siede nei collegi sindacali di una ventina di società private. Roba da cloni oppure per chi ha il dono bionico di non avere bisogno di dormire. Nel paese che non conosce conflitti di interesse potrebbe a questo punto fare il ministro. “Tra le altre cose” dirige l’Ospedale Israelitico, dove secondo notizie dell’ultim’ora risulterebbe indagato a causa di alcune cartelle cliniche truccate per gonfiare i rimborsi.

Qual è lo spread con la civiltà allora? La risposta la conoscono tutti, solo che è più forte di noi, in Italia è così. Servirebbe Robin Hood? Pare di si, perchè i ricchi sono sempre più ricchi sulle spalle dei poveri sempre più poveri, gli onesti.

Tullio Filippone

@TG_Filippone

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26 gennaio: l’altro Olocausto, per non dimenticare

Domani è la Giornata della Memoria.

Per ricordarci sempre la più grande atrocità della Storia, il momento più basso dell’evoluzione umana, il degrado della politica, la follia.

Due terzi della popolazione ebraica d’Europa sterminata nei modi più mostruosi. Perché è avvenuto qua, sulle nostre terre, nel continente che un tempo era il faro della civiltà, e che l’aberrazione del nazifascismo ha trasformato nel più grande buco nero della Storia.

E’ impossibile sapere il numero preciso delle vittime dell’Olocausto. Tutti conoscono la cifra di 6 milioni di “stelle gialle” uccise, ma si stima che in totale siano stati trucidate almeno 12 milioni di persone. Anzi, gli studi più recenti parlano anche di 15-20 milioni.

Questo vuol dire che gli ebrei rappresentano “solo” la metà di questo genocidio.

E spesso quest’aspetto viene tralasciato, per far risaltare esclusivamente la Shoah, e magari, purtroppo, strumentalizzarla per fini politici.

Perché sono morte altre milioni di persone, tra cui:

  • Rom, zingari, e Jenisch – tra 200’000 e 1,5 milioni,

  • portatori di handicap o con altri disturbi mentali – tra 100’00 e 200’000,

  • prigionieri di guerra sovietici – almeno 3 milioni,

  • civili polacchi – circa 2 milioni,

  • oppositori politici – tra 80’000 e 200’000 massoni, circa 7000 repubblicani spagnoli + numero incalcolabile di comunisti, socialisti e sindacalisti dei paesi occupati,

  • Testimoni di Geovacirca 5’000,

  • omosessualitra 15’000 mila ed un numero incalcolabile.

Tutte vittime della follia del nazifascismo e del razzismo, della paura del diverso. E noi ce ne stiamo dimenticando. Perché fortunatamente abbiamo leggi che puniscono il diniego dell’Olocausto e l’antisemitismo, ma ancora oggi stiamo a discutere su norme che puniscono l’omofobia o tutelano gli immigrati.

All’ingresso del museo di Dachau, si trova una scritta: “chi non conosce il passato, è costretto a riviverlo”.

Filippo Barbagli – @Filoppo

25 gennaio: di giornali, Buffon, roghi

Internet a misura d’uomo genera mostri.

Guardo da sempre, da tempi non sospetti direi, la colonnina che indica le notizie più lette della settimana sul Corriere.it; da sempre rimango colpito dagli argomenti, i più frivoli o morbosi possibile (la notizia più letta in una settimana di feroci discussioni sulla legge elettorale è che Buffon si sta per separare da sua moglie perché ha preso una cotta per Ilaria D’Amico). Nonostante questi sintomi allarmanti – è evidente che quando siamo su internet, se leggiamo di Buffon e la D’amico, vogliamo impegnarci in discussioni di cui la mattina al bar ci vergogneremmo – i principali quotidiani online sono andati avanti per la strada della partecipazione del pubblico al giornale: prima con i commenti, ora con la possibilità per i lettori di mostrare i propri stati d’animo di fronte alle notizie. Con risultati raccapriccianti.

Ieri un articolo del Corriere.it che racconta un rogo in una palazzina di Roma occupata da immigrati – un morto carbonizzato, 3 feriti gravi – ha raccolto 112 manifestazioni di stato d’animo: il 44% dei votanti si ritiene soddisfatto dell’accaduto. Sempre ieri l’account twitter della CNN, per attrarre visite ad un articolo di cronaca (agghiacciante, una ragazzina ha accoltellato 40 volte la sorellina) ha raggiunto vette inesplorate di goffo cinismo. Il dibattito sull’inutilità o peggio dei commenti online esiste sin da quando ci si è resi conto che nulla aggiungono di utile, nella maggior parte dei casi, all’informazione.

Questa incessante ricerca di soddisfare quel che il pubblico vuole – Buffon? – e di far sentire il cittadino al centro dell’attenzione, quindi abbassando il livello della proposta giornalistica, sta portando alla definitiva perdita di autorevolezza dell’informazione, e del concetto stesso di informazione: l’azione di spiegare i fatti a chi non li conosce.

Adriano Mancinelli – @Admancinelli

24 gennaio: ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?

Il dubbio che assillava Giorgio Gaber rimane intatto, ancora valido e attualissimo: “cos’è la destra, cos’è la sinistra?”. Senza voler andare ad indagare gli usi e i costumi, spesso stereotipati, dei destrorsi e dei sinistrorsi – alla Gaber, per l’appunto, o come faceva il protagonista del “Maledetti vi amerò” di Marco Tullio Giordana – la risposta a tale interrogativo mi sembra tuttaltro che scontata.

In Italia, durante la cosiddetta Prima Repubblica, fino agli anni ’90, la questione è semplice: la collocazione individuale destra/sinistra era essenzialmente il riflesso dell’appartenenza di partito: non si votava PCI perchè si era di sinistra, ma si era di sinistra perchè si votava PCI; lo stesso si può dire per la DC, anche se la parola destra veniva sostiuita con la più “politicamente corretta” centro (sempre a causa dell’eredità di un partito, quello fascista stavola).

Dagli anni ’90 in poi, invece, le categorie destra e sinistra sembrano aver acquisito una maggiore e notevole autonomia rispetto ai soggetti partitici, e tuttavia continuano ad essere stra-utilizzate e a guidare ed orientare l’intero dibattito politico.

Insomma, le categorie di destra e sinistra nascono alla fine del 1700 con la Rivoluzione Francese; attraversano epoche e contesti diversissimi, non solo sopravvivono ma rimangono sempre valide ed attuali e spesso e volentieri si rafforzano pure. Delle due, dunque, l’una: o destra e sinistra sono categorie sostantive talmente forti e ricche di significato che riescono ad imporsi ed orientare il dibattito e la scelta politici in qualsiasi epoca e contesto; oppure sono talmente prive di significato sostanziale, dei contenitori talmente vuoti, duttili e trasformabili ma nello stesso tempo talmente utili ed indispensabili a fornire una mappa dello spettro politico che si adattano in ogni momento allo spirito del tempo presente e da questo vengono riempite di contenuto e sfruttate.

Ai lettori l’ardua sentenza.

Francesco Pignotti: @FrancescoPigno