22 Aprile: Qualcuno disse che stiamo sconfiggendo la criminalità organizzata

Come funziona da voi la mafia? Nel corso di alcune esperienze della generazione Eramsus molti amici mi hanno posto, a volte con cautela a volte con una certa intraprendenza, questa domanda. In questi giorni risponderei con i fatti della cronaca italiana, perché è accaduto di tutto.

marlon_brando_as_don_vito_corA Secondigliano due agnelli sacrificali sono stati votati alla Pasqua della camorra. Duplice omicidio in un circolo ricreativo, forse è cominciata una nuova guerra tra cosche, appuntamento alla prossima settimana con un’altra puntata da brivido. Si ammazzano tra di loro, che importa? Considerazione ingenua perché la legge continua ad essere scritta dalle pallottole di un altro stato che controlla il territorio, la camorra. A Palermo, mentre proseguono le ricerche del superlatitante Messina Denaro, che si nasconde a casa sua protetto da una rete di “fedeli autoctoni”, un boss spiega al picciotto come occultare il cadavere senza trascurare i particolari: “nascondilo sotto la calce”. Del resto, nella Porta Nuova di Buscetta, il 12 marzo un astro nascente veniva ucciso a bruciapelo: Non accadeva dal decennio in cui la città era chiamata Beirut.

Poi c’è la Calabria, una storia tra Dio, il cristiano e la fede. Qui le processioni religiose vengono “commissariate”. A Sant’Onofrio l’affruntata non “s’ha da fari” o meglio le reliquie le porta la ‘ndrangheta, mica lo può fare la protezione civile? “Questo è un atto di fede, non una rappresentazione che si può affidare ad attori” Le tradizioni sono tradizioni. “Non siamo tutti i mafiosi”.

Poi però c’è un successo della politica. Finalmente il reato del voto di scambio è legge. Con il 416ter adesso si punisce anche chi promette denaro o “altra utilità”. Un passo avanti, ma per alcuni la legge era perfettibile, la riduzione della pena ai limiti di 4 e 10 anni salverebbe qualcuno dal carcere:

Non facciamoci illusioni però, perché la mafia esiste, è in salute e continua a fare affari con la politica. Cosentino ha ancora le chiavi della reggia di Caserta e i boss le chiavi dei territori che controllano.

“Stiamo sconfiggendo la mafia”, per favore non ditelo più, cominciate a farlo da oggi, come la Resurrezione.

Tullio Filippone  

@TG_Filippone

 

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Caro Piddino, spera solo che Tsipras prenda tanti voti.

Ieri sera avevo un dubbio che proprio non mi faceva dormire, e che allora ho esternato sul gruppo facebook Briciole Politiche.

Insomma, ultimamente mi è capitato di leggere di sinistroidi, liberali, renziani et fauna simile che durante le ultime settimane, spinti dal sacro fuoco delle larghe intese, hanno sparato a zero su Tsipras, o meglio, sulla parte della sinistra che ha deciso di votare alle europee per la sua lista, senza sapere una cippa delle sue proposte. Ma la cosa ancora più agghiacciante è che ora che finalmente il PD è entrato nel PSE, si invoca in maniera molto inquietante all’unità della sinistra (come dei veri sovietici! non erano il modello da sradicare?), senza sapere un minimo chi cavoli sia Martin Schulz e cosa vuole per l’Europa del futuro. Invece no, ci si limita a votare il PSE solo perché lo dice il PD? O meglio, solo perche’ il PD è dentro il PSE? Se si continuerà a ragionionare in termini nazionali per votare alle europee, beh, allora non andiamo da nessua parte, l’Europa non la cambiamo, e quindi non miglioriamo anche l’Italia. Queste elezioni saranno quelle che potranno abbattere l’Europa dell’austerity, cambiare rotta all’Unione, se si dovesse davvero concretizzare l’escamotage della “scelta popolare” del candidato alla Commissione. Mentre al Parlamento Europeo le larghe intese fin’ora hanno fatto grandi danni. Un PSE vincente al PE potrà cambiare l’Europa solo con una maggioranza in cui entrerà anche il PEL. Quindi c’è solo da sperare che Tsipras prenda molti voti. Perché le larghe intese à l’italienne, un po’ democristiane ed un pò’ ipocrite, in Europa hanno lasciato campo libero al PPE. È guardate dove stiamo ora.

Scadere nelle larghe intese anche a Strasburgo comperterà votare le normative assieme al PPE, la cui punta di diamante/candidato è il lussemburghese Junker, già presidente dell’Eurogruppo e campione dell’austerity.

Ed intanto nel PD del “”nuovo”” corso si fanno patti della crostata con Berlusconi e si spara merda sull’altra sinistra. Bravi così, belli, e socialdemocratici, soprattutto.

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02 marzo: Crimea, è guerra o no?

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Quella di oggi non è una riflessione, ma una domanda. Una richiesta di chiarimento. Da completo profano della materia delle relazioni internazionali, infatti, ho proprio bisogno di un chiarimento.

Quando capita, butto un occhio attento sull’evolversi della vicenda russo-ucraina, che vede come suo nuovo teatro principale quello della penisola della Crimea. Ciò che non capisco è come si possa definire ciò che sta accadendo.

Leggo da più parti che ieri la Camera Alta del parlamento russo ha autorizzato Putin all’uso dell’esercito nel territorio ucraino della Crimea e che già sono presenti su quel territorio migliaia di soldati russi. Putin ha del resto rivendicato il diritto di difendere i propri interessi ed i cittadini russofoni in Crimea. Pare che la BBC abbia ripreso dei soldati russi scavare sull’istmo che collega la Crimea all’Ucraina, come si può vedere nella foto qui sopra (non starebbero esattamente piantando patate, ecco).

Ne deduco, da lettore, che si sia sull’orlo di una guerra. Calda, anziché fredda.

Poi però leggo anche che John Kerry, non più tardi di qualche ora fa, risponde con la minaccia di non partecipare al prossimo G8 di Sochi, bloccare visti e così via e leggo inoltre questo, il comunicato ufficiale della Farnesina, che ho qualche difficoltà ad interpretare correttamente.

Insomma, quello che sta accadendo in Crimea (e non so come si sia evoluta la situazione mentre sto scrivendo queste poche righe) la possiamo, la dobbiamo chiamare guerra? E gli attori internazionali devono o no comportarsi come ci si comporta davanti ad una guerra?

Francesco Pignotti    @FrancescoPigno

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28 febbraio: Italia Padronale

Italia Padronale - #ognimaledettogiorno

“Siamo in guerra”, sempre e comunque. Altri dissidenti pentastellati messi alla porta. “Via i parassiti”. Ogniqualvolta succede qualcosa all’interno del Movimento della rappresentanza diretta dei cittadini, vince la ragione collettiva (presunta), quella suprema e inappellabile. Così il reato di opinione diventa deviazionismo dall’ortodossia religiosa codificata dalla liturgia delle alte gerarchie. Il dissidente è una spia, viene messo alla gogna nella Pravda fatta blog e poi epurato.

La vicenda delle espulsioni dal Movimento 5 Stelle avrà delle ripercussioni nel destino della formazione politica pentastellata, ma apre riflessioni amare e condivisibili sulla natura del paese e dei suoi abitanti, gli italiani.

L’Italia è destinata ad essere fatalmente attratta dai partiti padronali, soprattutto nei momenti più intensi della sua storia. Dopo 20 anni di telecrazia berlusconiana in un’Italia a direzione padronale la “ribellione” ha prodotto “un partito ancora più padronale degli altri, dove il proprietario ha addirittura depositato il marchio alla camera di commercio e il partito gli serve anche […] per vendere pubblicità sul blog, sempre di sua proprietà.”  (Curzio Maltese su Repubblica 27 feb 2014)

Montanelli, uno che l’Italia l’ha vista crescere, diceva che il paese è “sempre disposto ad acclamare un tenore”. Non sarà forse arrivato il momento di cambiare idea?

Tullio Filippone  @TG_Filippone

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25 febbraio: Christine Lagarde e la Grecia

Fra un paio di giorni, quando in Italia sarà passata l’abbuffata governativa attuale, qualcuno segnalerà alla stampa un’interessante intervista a Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale, per un’emittente australiana.

Interessante perchè, in circa un’ora di dibattito economico e strani accenti inglesi, Lagarde – che l’Economist vorrebbe a capo della Commissione Europea – dice due cose sulla Grecia da lasciare senza fiato . La prima, su cui la stampa si concentrerà, è che la troika prese decisioni sulla base di analisi e previsioni del tutto errate: “the real initial miscalculations were the ones that led to the wrong numbers” (affermazione interessante, dato che proprio ora troika e premier greco stanno dibattendo su quanti soldi siano necessari per ricapitalizzare le banche greche); Lagarde preferisce far passare i leader europei per dilettanti allo sbaraglio piuttosto che per freddi calcolatori – è risaputo che l’iniziale fermezza nei confronti della Grecia, causa dello spettacolare fallimento del paese, fu dovuta a preoccupazioni elettorali interne ai vari paesi dell’Eurozona.

Il secondo pensiero, tale da causare un indignato articolo sul Guardian, è che oggi ci sia da festeggiare: “we can only celebrate now the fact Greece is finally coming out with a primary surplus.” Festeggiamo anche l’aumento del 43% di mortalità infantile?

Adriano Mancinelli – @Admancinelli

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24 febbraio: il Governo faccia come John Cage, 4 minuti e 33 secondi di silenzio

Funziona sempre così. L’arco di formazione di un nuovo governo (quello che va dall’accettazione dell’incarico con riserva al giuramento) è caratterizzato, per il cittadino italiano medio, da una metà del tempo spesa a dare il proprio contributo all’impazzante totoministri e dall’altra metà a dispensare giudizi sulla competenza dei responsabili scelti per ciascun dicastero. D’altronde questo è il bello dei fenomeni di massa nel nostro paese, dal calcio (nel 1998 eravamo tutti Zoff nel sapere come gestire al meglio l’utilizzo di Baggio), alla politica (ciascuno di noi avrebbe designato la squadra di ministri più bella e competente della terra), alla ultimamente gettonatissima legge elettorale (se credete che scherzi nel riportarvi una dichiarazione domenicale di mia nonna a favore del maggioritario, vi sbagliate, giuro). Ed è un bene che sia così.

Come ho fatto una decina di mesi fa per l’allora neo-governo Letta, non una mezza parola ho speso però per l’attribuzione dei vari ministeri, né nella fase del cosiddetto totoministri, né in quella immediatamente successiva alle varie nomine. Non perché io non mi stia facendo un’idea – anche ad un puro livello impressionistico – delle persone scelte (poteva essere migliore, questa la mia opinione). Bensì, piuttosto, perché sogno una politica che più che le appartenenze pregresse o il corso di vita di questo o quel ministro faccia parlare i fatti, si faccia giudicare per l’operato di ciascun ministro, si lasci valutare in modo trasparente e si presenti poi di fronte ad un giudizio retrospettivo. Certo, mi si potrà obiettare, la riconferma di Alfano sembrerebbe tradire questa logica, considerato l’operato non certo brillante del ministro dell’Interno. E’ vero, nutro anche io delle perplessità, ma quella scelta – se siamo realisti e non pecchiamo di ingenuità, considerando i rapporti di forza e numerici al Senato – spettava esclusivamente al Nuovo Centrodestra, e secondo loro era la scelta da fare.

Nel 1952 John Cage compose, dopo diverse opere musicali, la sua 4’33’’, un’opera consistente in 4 minuti e 33 secondi di silenzio. Secondo l’autore durante quel tempo era possibile percepire i suoni di respiro e battito cardiaco.

Ecco, dopo settimane in cui l’orchestra della politica ha suonato ininterrottamente, mettendosi in scena e appassionando molti attenti ed interessati ascoltatori, è tempo che il governo faccia i suoi 4’33’’ di silenzio, mettendosi in ascolto del respiro e del battito cardiaco del nostro paese, concentrandosi sul lavoro e tornando a suonare per comunicarci che ha ottenuto risultati. E senza steccare, possibilmente.

Francesco Pignotti         @FrancescoPigno

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La squadra del Matteo I

La squadra di Matteo I #ognimaledettogiorno

Dopo una settimana di toto ministri e scommesse dei bookmakers la squadra di governo nel paese di 60 milioni di allenatori, filosofi e fini opinionisti politici c’è. Ci sono tre fatti incontrovertibili: la rosa dei ministri di Renzi è la più giovane della storia della Repubblica italiana, è all’insegna delle pari opportunità (8 uomini e 8 donne) e composta in prevalenza da politici piuttosto che da tecnici. Colpo d’occhio mediatico, l’immagine e i simboli vogliono la propria parte.

Qual è invece il giudizio sulle poltrone nevralgiche dove si poteva davvero scegliere?  

I ministeri lasciati al Nuovo Centro Destra non fanno testo. Realisticamente parlando pacta sunt servanda, stessa maggioranza, stessi equilibri, stessi sacrifici: Alfano, Lupi, Lorenzin. Si potrebbe obiettare allora sul senso di sostituire il governo Letta con uno nuovo che ha il mandato (divino?) di salvare l’Italia con gli stessi partner e ricatti di prima, ma questa è un’altra storia.

Parliamo allora delle poltrone calde e decisive. La prima è quella del ministro dell’economia, un ruolo dove tutti hanno fallito, tecnici o politici che fossero, una responsabilità che pesa e che nessuno vuole prendersi. Ha accettato Padoan, “tecnico politico” dal pedigree internazionale che apre alla patrimoniale avendo forse compreso che un aumento delle tasse sul patrimonio ed una diminuzione di quelle sul lavoro e produzione possono permettere al paese di ripartire ed avere maggiore equità. Sembra una scelta all’altezza.

Ministero della giustizia. Qui sta l’inghippo e anche l’autogol. La giustizia è una tema spinoso. A destra hanno dimostrato di intendere la riforma della giustizia come strumento per tarpare le ali ai pubblici ministeri, garantire l’impunità agli amici e gli interessi alle clientele. Quindi un ministro magistrato, seppur in prima linea nella lotta alla ‘ndragheta, è giustizialista. Il nostro paese ha bisogno invece di tempi certi di giustizia, la revisione della prescrizione e del carcere preventivo, un giro di vite deciso sui reati di corruzione e contro la pubblica amministrazione e un inasprimento del 41 bis. Gratteri era l’ideale (intervista del 17 feb a Presa Diretta). Voci di corridoio testimoniavano che non fosse gradito a Napolitano, il quale ha avuto qualche “problemino” con la procura di Palermo e per cui vale la regola “non scritta” che un pm non possa fare il ministro.

Montesquieu separava i poteri, principio sacrosanto. Tuttavia un ministro nell’esercizio delle sue funzioni non è più un pm e l’Italia ha un’emergenza legalità che costituisce lo spread con il resto dell’Occidente. L’occasione era ghiotta, ma il ministro lo farà il rampante Andrea Orlando, non si ancora con quali idee e competenze. Si sa invece che sarà più “mansueto”.

Nota finale: Franceschini alla cultura. Si sa, con la cultura non si mangia, eppure è una cosa bellissima, unica grande risorsa di un paese depauperato. Qui è stato scelto il “jolly”, quello che alla fine devi mettere da qualche parte, peccato, avevamo un’altra scelta alternativa, che non era lo scrittore Baricco, ma il competente Bray.

Adesso però i giudizi devono finire, saranno fatti a tempo debito dopo che il governo avrà iniziato il suo mandato, altrimenti rischiano di diventare pregiudizi.

Tullio Filippone    @TG_Filippone

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22 febbraio: parliamo d’altro

Del governo Renzi non si può in alcun modo parlare bene. 

Nomine assurde e sacrifici indegni (leggi Franceschini e Bray) in omaggio soltanto a quelle correnti che Renzi avrebbe dovuto spazzare via; seconde e terze scelte, di dubbia competenza e sicura inesperienza, passate come innovazione e quote rosa; il peggior ministro degli interni della storia repubblicana (nonostante una concorrenza spietata al ribasso) confermato con lode per rozzi calcoli politici; l’eliminazione, anche questa basata su sciatti proclami di semplificazione, di ministeri importanti come gli affari europei e le pari opportunità.

Renzi aveva la possibilità di creare un governo indipendente e di cambiamento, un monocolore con appoggio esterno d’antica memoria, e si è invece prostrato alle più becere e vigliacche logiche matematiche. Smentendo tutto ciò su cui ha basato il suo consenso.

Andreotti diceva, se non si può parlar bene di qualcuno meglio non parlarne. Nel mondo succedono tante cose, per esempio in Thailandia, in Venezuela, in Ucraina, in Etiopia. Cose più interessanti. Parliamo d’altro.

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